Gravidanza e post partum, la maternità come evento critico - Psicologa Milano

Diventare madre è un evento particolarmente delicato del ciclo di vita di una donna; in esso si esplica, più che in altre circostanze, quel complesso intreccio di risorse e criticità che caratterizzano ciascun individuo.

La maternità rappresenta infatti, per la donna, una sfida su più livelli e ciascuna delle fasi che la compongono, dal desiderio di procreazione, al concepimento, alla nascita, alla costruzione graduale della relazione con il bambino, sollecita questioni specifiche. Innanzi tutto la ricerca di una gravidanza, specie se la prima, porta la donna a interrogarsi sulla propria capacità procreativa e ciò richiama da vicino la storia della relazione con la propria madre, alla quale ogni donna, inconsciamente, fa riferimento nel passaggio dal ruolo di figlia a quello di figlia e madre. In secondo luogo la procreazione, che sia conseguente o meno a una scelta condivisa con il partner, implica un ripensamento radicale della propria dimensione futura, sia per quanto concerne gli assetti di coppia e famigliari sia relativamente agli equilibri lavorativi.

Sul piano fisico la donna deve poi affrontare il compito di integrare nella rappresentazione di sé le trasformazioni fisiche che la gravidanza comporta, le quali possono, in alcuni casi, generare ansie e timori, specie quando il rapporto con la propria immagine fisica sia già problematico. Ma anche a livello intrapsichico avvengono molti importanti cambiamenti. Si verifica, infatti, sin dall’inizio della gestazione, un sensibile aumento della permeabilità tra sfera psichica e sfera somatica, in quanto il complesso di fantasie che da subito investe il nascituro viene costantemente alimentato dalle sensazioni che provengono dal corpo in trasformazione.

La gestazione psichica

Joan Raphael-Leff (1980) ha identificato l’esistenza, nella gravidanza, di tre fasi, che corrispondono ad altrettanti assetti sul piano psicologico. Esse coincidono con i tre trimestri che, anche in termini medico-biologici, scandiscono i tempi della gestazione. La prima fase, che corrisponde al primo trimestre, è quella dell’accettazione dell’embrione come parte di sé, a formare un’unità duale simbiotica. È questo notoriamente il periodo più delicato, dal punto di vista fisico, in quanto, perché l’ovulo fecondato possa trasformarsi in embrione e poi in feto, è necessario che l’utero materno metta in atto le trasformazioni necessarie ad accoglierlo e nutrirlo. Il correlato di questo processo, da un punto di vista psichico, è la creazione di uno spazio mentale per il bambino attraverso il complesso lavoro delle fantasie, delle prefigurazioni, degli investimenti. Spesso questo spazio viene popolato anche da timori e preoccupazioni, che in genere riguardano la salute e l’integrità del nascituro e la stessa adeguatezza del proprio corpo ad accoglierlo e nutrirlo.

A seconda delle condizioni concrete nelle quali si esprime la gravidanza (se il bambino sia stato cercato attivamente oppure no, se vi sia o meno la presenza di un partner e se questo sia percepito come supportivo, se vi sia una situazione abitativa e lavorativa in grado di garantire stabilità e serenità economica) e soprattutto a seconda della storia relazionale infantile della futura mamma, possono comparire già in questo stadio elementi di ambivalenza verso il bambino, elementi dei quali la donna può avere un livello variabile di consapevolezza.

La seconda fase della gravidanza, che coincide con il secondo trimestre, è quella che corrisponde all’inizio dei movimenti fetali, che oggi, con lo sviluppo delle tecniche ecografiche, non sono più solo percepibili, ma anche visibili attraverso il monitor. Essi rappresentano per la donna la prova inequivocabile non solo della presenza e della vitalità del feto, ma anche della sua separatezza da sé: esso è ora più chiaramente individuato come un organismo non autonomo ma distinto, il cui movimento avviene in maniera indipendente dalla propria volontà. Sul piano psichico si tratta di un passaggio fondamentale, che anticipa la futura necessità per la madre di prendersi cura del nascituro assecondandone i bisogni e le caratteristiche individuali.

Il tema della separatezza si evolve, nel terzo trimestre, in quello della separazione: la donna gravida deve prepararsi a staccarsi fisicamente dal bambino che ha custodito e fatto crescere nel proprio ventre per tanti mesi e che l’ha trasformata sul piano corporeo e identitario, assegnandole quel ruolo speciale che in tutte le culture rende le donne gravide destinatarie di attenzioni e cure particolari. La separazione corporea è preludio a un immediato riavvicinamento, che avviene a livello extrauterino, ma che può compiersi appieno solo se le ansie che fisiologicamente vengono mobilitate dal parto e dal post-partum non interferiscono eccessivamente con i nuovi e impegnativi compiti che la neomamma è chiamata a svolgere.

Nasce un bambino, nasce una mamma

Diverse sono infatti le preoccupazioni che possono investire la donna rispetto alla nascita imminente del bambino: oltre a quelle legate ai rischi e al dolore del parto, vi sono altri elementi che possono subentrare, generando angosce o timori. Innanzi tutto con la perdita della gravidanza viene meno anche quello status che ha accompagnato la donna per lunghi mesi, caratterizzandosi spesso come una dimensione sospesa, di preparazione, progettualità, fantasie. Si deve poi elaborare, come prima accennato, la perdita della dimensione simbiotico-fusionale con il feto, che per molte donne è fonte di benessere e senso di pienezza.

Il riavvicinamento avviene su un piano esterno, a dar vita a una nuova simbiosi, ma il soddisfacimento dei bisogni del bambino ora non è più automatico, funzione di processi fisiologici autonomi, bensì frutto di un impegno attivo della madre, che a sua volta dipende dalla possibilità che si sviluppi con il nascituro quella speciale sintonia che consente l’instaurarsi di un’unione duale simbiotica. Lo psicoanalista e pediatra inglese Donald Winnicott (1974) chiamò holding la capacità materna di contenere le angosce del bambino e rispondere ai suoi bisogni sapendosi anche fare da parte al momento giusto - pur rimanendo presente e disponibile - per consentirgli di sperimentare quella buona solitudine che è premessa indispensabile allo sviluppo della sua soggettività.

Tale capacità materna può risultare di complessa espressione se la donna presenta una storia personale segnata da problematiche irrisolte. Può così risultare particolarmente ansiogena quella fase, già normalmente complessa, di apprendimento del linguaggio non verbale del neonato e del significato dei suoi segnali di malessere, dando esito, in alcuni casi, a profondi vissuti di inadeguatezza in grado di minare l’immagine ideale di madre che si vorrebbe incarnare. Tale immagine, che appartiene al mondo della fantasia, più che a quello della realtà, è comunque destinata a subire un ridimensionamento nel momento dell’incontro con il bambino reale, spesso profondamente diverso dal bambino idealizzato, talvolta mitizzato, custodito nelle fantasie della madre fino a prima della sua nascita.

Ogni madre, ogni genitore deve infatti riuscire a sostituire quello che Silvia Vegetti Finzi (1990) ha chiamato il bambino della notte, ricettacolo di tutte le proiezioni dell’immaginario, con quello concreto, portatore di umani limiti e imperfezioni. Si tratta di un lavoro interno particolarmente impegnativo, reso, in alcuni casi, ancor più difficoltoso da contingenze dolorose, quali un parto difficile o problematiche mediche del bambino o proprie insorte alla nascita.

Perfetta o sufficientemente buona?

In un’epoca storica in cui la ricerca della perfezione occupa uno spazio sempre più ampio nelle vite delle persone, essa viene inevitabilmente a investire anche e soprattutto l’ambito della genitorialità, incrementata dalle numerose pressioni sociali a cui le neomamme sono sottoposte, come, ad esempio, quella di un allattamento al seno proposto come sinonimo stesso di buone capacità materne o di un accudimento del neonato che si presume debba essere sin da subito privo di falle. Tali pressioni fanno particolarmente presa su personalità materne che, già rese vulnerabili dalla fase di vita delicata che stanno attraversando, siano per loro natura particolarmente sensibili al tema del giudizio esterno o possiedano un ideale di sé particolarmente elevato o irrealistico, spia di una problematica narcisistica non elaborata.

Winnicott definì la madre capace di dosare soddisfacimento e frustrazione e di presentare il mondo al bambino adattandosi a lui e vivendo con lui un rapporto emotivamente ricco come una madre sufficientemente buona e non come una madre perfetta. Anzi, talvolta proprio il concentrarsi eccessivamente sull’assoluta corrispondenza delle cure fornite con un modello esterno può portare ad erogarle in maniera troppo meccanica e poco flessibile.

Ci sono però, va detto, situazioni in cui per una donna è difficile attingere alle sue istintive capacità di maternage, perché il momento del post-partum viene turbato da vissuti indesiderati, che rischiano di inquinare la possibilità di costruirsi quell’immagine positiva di sé come madre che è così importante per sostenere il ruolo materno: ogni donna ha infatti bisogno di sentirsi una buona madre per poterlo essere davvero.

Un concetto che spaventa: la depressione post-partum

L’immagine di madre proposta dai mass media non è solo quella di una donna in forma fisicamente e perfettamente organizzata, ma anche sorridente e felice di stringere tra le braccia il proprio bambino. Non sempre, tuttavia, tale modello corrisponde alla realtà. Alla nascita del bambino tanti e diversi possono essere i sentimenti di una donna: gioia, stupore, tenerezza ed entusiasmo possono facilmente coesistere con paura, tristezza, senso di incapacità, stanchezza, talvolta rabbia e disperazione. Si può temere così di trovarsi in una situazione di depressione post-partum, ma nel trattare questo tema è necessario fare alcune distinzioni preliminari.

Il concetto di depressione post-partum è spesso abusato e, come tanti altri concetti che pertengono all’ambito della psicopatologia, il rischio connesso è quello di incasellare la persona sofferente in categorie rigide e poco attente alle molteplici espressioni che il disagio di una neomamma può assumere. Esse non contemplano solo la deflessione del tono dell’umore, la trascuratezza e i vissuti di colpa e inadeguatezza tipici delle forme depressive, ma anche forme di malessere meno definite, quali un senso di costrizione, sentimenti di rabbia o vergogna poco esprimibili, paura di far male al bambino, ansia, evitamento del rapporto con il piccolo, magari camuffato da una tendenza all’attività frenetica.

Ciascuna di queste reazioni (e ve ne possono essere anche molte altre) esprime uno specifico significato relativo al vissuto che la nascita del bambino ha risvegliato in quella particolare donna. Esso pertiene all’ambito della storia relazionale della donna stessa, che la nascita di un figlio sollecita più di ogni altra esperienza di vita. 

Ciò che può andare a perturbare l’equilibrio emotivo di una donna nel periodo successivo al parto non è dunque una forma di patologia che si instaura dall’esterno in virtù esclusiva dei subbugli ormonali (ciò può essere in parte vero nel caso del baby blues, quella forma transitoria di deflessione o oscillazione del tono dell’umore che coinvolge un’alta percentuale di donne nel primo mese dopo il parto in virtù dell’insieme delle trasformazioni fisiche e ormonali e dell’adattamento repentino alla nuova situazione esterna) ma piuttosto l’espressione di un complesso insieme di fattori che pertengono alla storia della donna stessa e per i quali la nascita del bambino ha fatto da detonatore e amplificatore.

Sintomi da eliminare o significati da comprendere?

Capire cosa un determinato vissuto esprima e come esso si ricolleghi alla storia personale passata e recente della neomamma è un passaggio irrinunciabile per aiutare una donna a superare le difficoltà del post-partum e far partire o ripartire una serena relazione madre-bambino. Va ricordato, infatti, che i segnali di una depressione post-partum, nelle diverse espressioni sopra individuate, possono manifestarsi anche a partire da diversi mesi dopo la nascita del bambino e perdurare a lungo, aggravati, a volte, da uno scarso sostegno da parte dell’ambiente esterno, ma anche da un aiuto che si riveli troppo intrusivo e poco rispettoso degli spazi privati della coppia madre-bambino.

Poter aiutare una donna a comprendere le valenze del suo disagio significa consentirle non solo di superare un difficile momento di empasse al fine di garantire al bambino la presenza di un contesto contenitivo, adeguatamente responsivo rispetto ai suoi bisogni e facilitante per la sua crescita, ma anche offrire alla donna l’opportunità di esplorare le ferite e i conflitti irrisolti che tale disagio porta a galla, al fine di restituire alla maternità quel valore fecondo di crisi maturativa che Grete L. Bibring (1959) individuava nelle esperienze della gravidanza e della maternità, momenti di vita femminile che possono essere vissuti in forma più o meno positiva, ma che portano con sé sempre e comunque una valenza fortemente trasformativa per ogni donna.

Riferimenti bibliografici

Bibring G.L. (1959), “Some considerations of the psychological process in pregnancy”. The psychoanalytic study of the child. 14:113-121
Raphael-Leff J. (1980), “Psychotherapy With Pregnant Women” in Blum B.L. (ed.) Psychological Aspects of Pregnancy. Birthing an Bonding, Human Sciences press, New York.
Vegetti Finzi S. (1990), Il bambino della notte. Divenire donna, divenire madre, Mondadori, Milano.
Winnicott, D. (1974) Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo, trad. Alda Bencini Bariatti, Armando, Roma.
A cura della d.ssa Elena Verni - centro clinico SPP Milano
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