Neurodivergenza sottosoglia

“Prima del linguaggio, c’è la musica della relazione.”
Bernard Golse

Negli ultimi anni il concetto di neurodivergenza ha acquisito sempre più rilevanza, contribuendo a ridefinire il modo in cui pensiamo alle differenze cognitive e comportamentali che ci sono tra gli esseri umani. Fortunatamente i vecchi schemi rigidi di etichettamento lasciano spazio per parlare non più solo di una diagnosi, ma di uno spettro ampio e complesso di modalità di funzionamento mentale.

In questo contesto, emerge una zona meno esplorata ma altrettanto significativa: la neurodivergenza “sottosoglia”. Con questa espressione si indicano quelle persone che presentano tratti riconducibili a condizioni come autismo, ADHD o disturbi specifici dell’apprendimento, senza però soddisfare pienamente i criteri diagnostici. Queste persone spesso attraversano la vita con una sensazione di “diversità non riconosciuta”, che può generare difficoltà ma anche risorse peculiari.

In questo articolo, esploreremo l’argomento della neurodivergenza riguardo i vari tipi e i tratti caratterizzanti, come capire se si è neurodivergenti e come aiutare le persone a implementare il loro potenziale.

Quali sono i tipi di neurodivergenza?

Il termine neurodivergenza comprende un insieme eterogeneo di condizioni caratterizzate da un funzionamento neurologico atipico rispetto alla norma statistica. Tra le principali rientrano:

  • - il disturbo dello spettro autistico
  • - il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD)
  • - i disturbi specifici dell’apprendimento come dislessia e discalculia, la disprassia
  • - alcune forme di alto potenziale cognitivo (plusdotazione).

A queste si affiancano configurazioni meno definite o non sempre formalmente riconosciute, che possono includere differenze nella regolazione emotiva, nella sensibilità sensoriale o nei ritmi cognitivi. Nel caso della neurodivergenza sottosoglia, queste caratteristiche sono presenti in forma più sfumata: non configurano necessariamente una diagnosi, ma contribuiscono comunque a delineare uno stile di funzionamento unico, che può influenzare il modo di apprendere, relazionarsi e percepire il mondo esterno e interno.

Quali sono i tratti neurodivergenti?

I tratti neurodivergenti possono manifestarsi in molte forme e intensità; tuttavia, tra i più comuni troviamo differenze nella comunicazione sociale, come una maggiore difficoltà nell’interpretare segnali impliciti, oppure una preferenza per interazioni più dirette e strutturate.

Possono esserci caratteristiche sensoriali, come ipersensibilità ai suoni, alla luce o al contatto fisico, oppure il bisogno di stimoli intensi per mantenere l’attenzione.

Altri tratti includono modalità cognitive non lineari come il pensiero iperfocalizzato su interessi specifici, difficoltà nella gestione del tempo e delle funzioni pratiche e/o esecutive, oppure una forte reattività emotiva. Nella neurodivergenza sottosoglia, questi elementi sono spesso presenti in forma attenuata o intermittente, rendendo più difficile riconoscerli come parte di un quadro coerente.

Come capire se una persona è neurodivergente?

Non esiste un indicatore unico o definitivo. Comprendere se una persona è neurodivergente richiede uno sguardo attento e non giudicante sulle modalità con cui essa vive e interpreta il mondo. Alcuni segnali possono includere un senso persistente di “non appartenenza”, difficoltà di adattamento in contesti sociali o lavorativi, oppure una discrepanza tra potenziale cognitivo e performance quotidiana.

Nel caso della neurodivergenza sottosoglia, spesso la persona ha sviluppato strategie di compensazione molto efficaci, che mascherano le difficoltà. Questo può portare a diagnosi tardive o mancanti. L’autoosservazione, il confronto con professionisti e l’accesso a strumenti di valutazione possono essere utili, ma è importante evitare semplificazioni o autodiagnosi affrettate come spesso queste persone, proprio per dare un nome al loro vissuto, fanno, cercando test online che sono poco attendibili e spesso privi di base scientifica.

Chi rientra nella neurodivergenza?

Come dicevamo nella parte introduttiva dell’articolo, il termine neurodivergenza include una varietà di condizioni, tra cui il disturbo dello spettro autistico, l’ADHD, la dislessia, la disprassia e altre differenze neurologiche. Tuttavia, nel caso della “sottosoglia”, si parla di individui che presentano caratteristiche riconducibili a queste condizioni senza soddisfare pienamente i criteri clinici.

Queste persone spesso si collocano in una zona intermedia: non abbastanza “tipiche” da sentirsi completamente a proprio agio nei contesti standardizzati, ma neanche riconosciute come portatrici di una condizione specifica. Questo può comportare una certa invisibilità, con il rischio di sottovalutare bisogni reali di supporto, soprattutto dal punto di vista psicologico.

Come dormono le persone neurodivergenti?

Il sonno è un aspetto frequentemente influenzato nelle persone neurodivergenti. Possono emergere difficoltà nell’addormentamento, risvegli notturni frequenti, oppure ritmi circadiani atipici. Alcune persone riferiscono una mente particolarmente attiva nelle ore serali, che rende difficile “spegnere” il flusso di pensieri.

Nella neurodivergenza sottosoglia, questi disturbi possono essere meno evidenti ma comunque presenti, spesso interpretati come semplice stress o cattive abitudini. In realtà, possono riflettere una diversa regolazione neurologica. Strategie come la strutturazione di routine serali, la riduzione degli stimoli sensoriali e una maggiore consapevolezza dei propri ritmi possono migliorare significativamente la qualità del sonno.

Come si cura la neurodivergenza?

La neurodivergenza non è una malattia da curare, ma una modalità di funzionamento da comprendere. Questo è un punto fondamentale, soprattutto nel contesto attuale, che tende sempre più a valorizzare le diversità neurologiche come parte della variabilità umana. Nel caso della neurodivergenza sottosoglia, il supporto che si può fornire non mira a “normalizzare” la persona, ma a favorire il benessere e l’adattamento.

Questo può includere supporto psicologico, strategie pratiche per la gestione quotidiana, adattamenti ambientali e, in alcuni casi, interventi mirati su specifiche difficoltà (come attenzione, ansia o regolazione emotiva). Come ha recentemente detto il Prof. Golse, ospite in un congresso organizzato a Milano dalla Scuola di Specializzazione SPP, non bisogna lavorare per ridurre gli aspetti autistici nei pazienti con queste diagnosi, ma bisogna aiutare questi pazienti a far emergere le risorse dell’autismo. Più che una cura, si tratta di un percorso di riconoscimento e integrazione: comprendere il proprio funzionamento permette di ridurre la fatica adattiva e valorizzare le proprie risorse.

In conclusione, la neurodivergenza sottosoglia rappresenta una zona sfumata ma significativa dell’esperienza umana. Riconoscerla significa ampliare lo sguardo sulla complessità delle menti e promuovere una cultura più inclusiva, capace di accogliere non solo le differenze evidenti, ma anche quelle più sottili e silenziose.

Il centro clinico SPP ha l’obiettivo di aiutare chiunque si rivolga a noi, sia per un percorso individuale che aiuti le persone neurodivergenti a conoscersi meglio, sia nei percorsi di genitorialità per fornire strumenti e chiavi di lettura adeguata alla crescita di un figlio che presenza un quadro clinico neurodivergente conclamato o sottosoglia.

Dr.ssa Valentina Carella - Centro Clinico SPP Milano dell'età adulta
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