La solitudine nell’era digitale

Essere sempre connessi, con social media diversi a disposizione, non è sufficiente per essere meno soli, anzi, le moderne soluzioni sembrano a volte amplificare il senso di solitudine.

Solitudine digitale e social media

All’inizio dell’era dei social, Facebook era sembrato una soluzione straordinaria per recuperare amici persi di vista da anni, fidanzatini del liceo, o per rimanere aggiornati sui movimenti di conoscenti lontani. Con l’andare del tempo e col moltiplicarsi delle piattaforme social, però, chi fa il terapeuta si è presto reso conto di quanto i social spesso finiscano invece per svolgere la funzione opposta: palcoscenici a disposizioni di tutti, dove mettere in scena vite perfette, divertenti, invidiabili; profili dai quali escludere persone indesiderate, social dai quali “unfolloware” chi non merita più di essere “seguito”…

Legate ai social sono vari tipi di ansia, dalla FOMO (fear of missing out), che esprime la viva preoccupazione di essere escluso dalla condivisione di eventi e informazioni che gli altri invece riescono a seguire in tempo reale, fino all’ansia sociale, legata al sentirsi inadeguati in confronto agli “amici” di social e alle loro vite apparentemente invidiabili.

Nonostante si sappia che le vite esibite online sono frutto di selezioni sapienti degli scatti migliori, o addirittura sono il mosaico di immagini costruite ad arte per proporre una certa rappresentazione di sé, i social alimentano l’invidia e il senso di inferiorità, in alcuni casi rendendo più difficile la relazione con gli altri nel mondo reale, soprattutto per i più giovani, che investono di grande importanza la loro identità online.

In questi casi, la connessione digitale non solo non stimola la relazione, ma anzi, la connessione illusoria con gli “amici” digitali distoglie da quella solitudine “buona” che consiste nella possibilità di stare bene con se stessi. In questo senso possiamo dire che la nostra iper-connessione aumenta il senso di solitudine perché ci distoglie da noi stessi, impedendoci di coltivare quella capacità di stare soli che per Winnicott è alla base di ogni relazione autentica e profonda.

Solitudine digitale e Intelligenza Artificiale

Accanto ai social, ad alleviare, almeno nella teoria, la nostra solitudine, è arrivata ormai da un po’ anche l’Intelligenza Artificiale: creata per potenziare le nostre conoscenze, sta sviluppando anche “competenze” che la portano a dialogare con noi con un tono empatico.

Nel 2013 il film “Her” si è aggiudicato il premio Oscar per la miglior sceneggiatura raccontando la storia di un uomo solo che in un ipotetico futuro acquista un sistema operativo dotato di un’intelligenza artificiale dalla voce sexy (nella versione originale era la voce di Scarlett Johansson) e finisce per innamorarsene.

Oggi, questa storia sembra molto meno audace e fantasiosa di allora: l’Intelligenza Artificiale riesce a interagire con gli esseri umani simulando empatia. Sembra saper interpretare i sentimenti e le emozioni e ci rivolge frasi che davvero ci fanno sentire compresi. In realtà, però, non c’è alcuna reciprocità emotiva, anche se sembra il contrario.

I rischi di affidarsi all’empatia simulata di un sistema, che non può provarne davvero, sono balzati agli onori delle cronache con alcuni casi di suicidi arrivati dopo consultazioni con l’Intelligenza Artificiale, che, non avendo saputo comprendere la questione in gioco, aveva di fatto assecondato, se non rafforzato, gli aspiranti suicidi nella loro decisione.

Si è posto l’accento sul fatto che l’AI abbia dato risposte “sbagliate”, ma, ancora prima, c’è da interrogarsi sulle domande: come mai le persone protagoniste di queste vicende tragiche hanno pensato di chiedere un consiglio di questo genere a una macchina? Forse davvero c’è il rischio di dimenticare che dall’altra parte dello schermo ci sono algoritmi, non persone in carne ed ossa.

L’AI può essere fuorviante anche perché ha la tendenza a rafforzare e lusingare chi pone le domande valorizzando le sue richieste (“La tua è un’osservazione interessante...”; “Mi sembra che tu abbia davvero ragione…”). Per chi ha poche interazioni umane, sembra alto il rischio di abituarsi a un trattamento particolarmente “morbido”, che disabitua invece all’esame di realtà legato alle interazioni reali e alle reazioni delle persone reali, che spesso hanno reazioni di tutt’altro tipo o rimandano giudizi poco lusinghieri a fronte di domande non interessanti o di osservazioni di poco conto, accolte in tutt’altro modo dall’Intelligenza Artificiale.

Anche in questo caso, il dubbio è che l’AI, mentre ci dà l’illusione di “farci compagnia”, finisca per alimentare una solitudine profonda, riempiendo uno spazio che sarebbe sano dedicare a relazioni con altri esseri umani.

Dr.ssa Sara Pagani - Centro Clinico SPP MI età adulta

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