Genitori di fronte alla malattia di un figlio: equilibri e sfide

La diagnosi di malattia in un figlio irrompe nella vita dei genitori come un evento traumatico, capace di incrinare certezze profonde e spesso inconsapevoli. L’idea, più o meno implicita, di poter proteggere il proprio bambino dal dolore e dal pericolo viene improvvisamente messa in crisi, lasciando spazio a sentimenti di smarrimento, paura e impotenza.

Dal punto di vista psicologico, la malattia del figlio non riguarda solo il bambino, ma investe l’intero assetto emotivo della famiglia e, in particolare, la coppia genitoriale. I genitori si trovano a dover riorganizzare non solo la quotidianità, ma anche il proprio mondo interno: aspettative, fantasie sul futuro, immagini di sé come madri e padri sufficientemente capaci di garantire sicurezza e benessere.

In questa fase, la coppia è chiamata a svolgere una funzione fondamentale: quella di contenere le emozioni intense che emergono - angoscia, senso di colpa, rabbia, tristezza - per poterle rendere pensabili e comunicabili, senza esserne travolta. Quando ciò non è possibile, il rischio è che il dolore resti non elaborato e si traduca in chiusura, conflitti o isolamento emotivo, sia all’interno della coppia sia nel rapporto con il figlio.

Questo articolo esplora le principali sfide psicologiche che i genitori possono incontrare quando un figlio si ammala, con uno sguardo attento non solo al singolo genitore, ma alla coppia come spazio psichico condiviso, luogo in cui le emozioni possono essere accolte, trasformate e progressivamente restituite al bambino in una forma più tollerabile.

La comunicazione della diagnosi

Il momento della comunicazione della diagnosi e quelli subito seguenti rappresentano una fase particolarmente delicata in cui i genitori sono soggetti ad un forte stress e la loro capacità di fronteggiarlo (abilità di coping) può influenzare lo sviluppo psicoemotivo del figlio.

Alla notizia della malattia possono emergere vissuti intensi di perdita di controllo, fallimento, colpa e paura. È spesso qui che si osserva il rischio che uno dei due genitori si faccia carico, in modo solitario, del peso emotivo e pratico della malattia, mentre l’altro può apparire più distante, bloccato o sopraffatto.

Queste emozioni, se non trovano uno spazio di riconoscimento e condivisione, possono rendere difficile per il genitore mantenere una posizione di sostegno emotivo nei confronti del figlio. Il bambino, a sua volta, può percepire il clima emotivo familiare e trovarsi ad affrontare la propria sofferenza in un contesto già segnato da tensioni non espresse o non elaborate.

La diagnosi come evento traumatico e rottura delle rappresentazioni

La diagnosi di una malattia in un figlio irrompe nella vita psichica dei genitori come un evento traumatico, ovvero che eccede le capacità immediate di comprensione ed elaborazione. Un accadimento capace di incrinare le rappresentazioni profonde legate alla genitorialità, al corpo e al futuro. In termini psicoanalitici, essa introduce una discontinuità che mette in crisi l’illusione di controllo e di prevedibilità su cui spesso si fonda l’esperienza di essere genitori.

Il figlio reale si discosta improvvisamente dal figlio immaginato, attivando un processo di lutto che non riguarda una perdita concreta, ma la perdita di un progetto, di un ideale, di una promessa implicita di normalità. La malattia introduce una frattura nella continuità dell’esperienza quotidiana, costringendo la famiglia a confrontarsi con un “prima” e un “dopo” che difficilmente possono essere ricuciti senza un lavoro emotivo profondo.

Nella fase iniziale, dominata dall’urgenza della diagnosi e delle cure, la psiche è spesso chiamata a mobilitare meccanismi di difesa primitivi. Diniego, scissione, razionalizzazione o un funzionamento operativo centrato sul “fare” possono rappresentare tentativi di protezione dall’angoscia di morte e dall’impotenza che la malattia inevitabilmente evoca.

In questo tempo, il pensiero può risultare temporaneamente sospeso: l’emozione non è ancora rappresentabile e resta confinata nel corpo o nell’azione. L’attenzione è concentrata sul “qui e ora”, sulla gestione concreta della malattia, dunque a scapito della possibilità di dare un significato a ciò che sta accadendo.

Con il passare del tempo, soprattutto nei casi di malattia cronica, la sfida psichica si sposta dalla gestione dell’emergenza alla possibilità di dare senso all’esperienza. La cronicità obbliga a una convivenza prolungata con l’incertezza e con una temporalità diversa, scandita non più solo dallo sviluppo evolutivo del bambino, ma anche dai ritmi della malattia. Occorre dunque integrare la malattia nella propria storia, senza che essa diventi l’unico elemento identitario del bambino, dei genitori o della coppia.

Dal punto di vista psicoanalitico, questo richiede un lavoro di simbolizzazione: trasformare l’esperienza dolorosa in qualcosa che possa essere pensato, nominato e progressivamente inserito nella storia familiare. Una riorganizzazione interna, in cui il dolore per il figlio immaginato può lasciare gradualmente spazio alla costruzione di nuove rappresentazioni, più aderenti alla realtà ma non prive di desiderio e speranza.

Le risorse intrapersonali dei genitori assumono qui una funzione centrale. La capacità di tollerare l’incertezza e alcuni stati emotivi complessi, di riconoscere le proprie angosce senza agire o negarle, e di mantenere una posizione empatica verso il figlio, favorisce un funzionamento familiare più adattivo. I genitori sono chiamati a svolgere una funzione di contenimento e di ambiente sufficientemente buono: accogliere le angosce del bambino, restituendole in una forma più pensabile, senza esserne travolti. Quando questa funzione vacilla, il rischio è che la malattia diventi il principale organizzatore del legame, saturando gli spazi psichici individuali e relazionali.

La coppia genitoriale, infine, si trova ad affrontare una prova particolarmente delicata. La malattia del figlio può riattivare conflitti inconsci, storie personali di perdita o vulnerabilità, e modalità differenti di fronteggiare il dolore. Il rischio è quello di una polarizzazione dei ruoli - chi regge e chi crolla, chi cura e chi si ritrae - che può compromettere la dimensione di coppia.

Al contrario, quando i genitori riescono a riconoscere e a condividere i propri vissuti emotivi, la coppia può diventare uno spazio di pensiero e di sostegno reciproco, capace di trasformare l’esperienza traumatica in un processo, seppur faticoso, di riorganizzazione psichica.

In questo senso, la malattia non perde mai la sua dimensione dolorosa, ma può essere progressivamente inscritta in una trama di significati che restituisce continuità all’esperienza e permette alla famiglia di non identificarsi esclusivamente con la patologia, ma di restare, prima di tutto, un insieme di soggetti in relazione.

L’elaborazione della diagnosi: il lavoro del lutto

All’interno della coppia genitoriale, la possibilità di condividere il vissuto traumatico rappresenta una risorsa fondamentale, ma non scontata. Spesso, di fronte alla sofferenza, i genitori possono entrare in una dinamica di evitamento reciproco: si tace per proteggere l’altro, per non appesantirlo ulteriormente, o per timore che le proprie angosce vengano restituite in forma amplificata.

Questo rispecchiamento dell’angoscia può portare a una chiusura comunicativa che, paradossalmente, aumenta il senso di solitudine all’interno della coppia. Quando le emozioni non trovano uno spazio di parola e di pensiero, esse tendono a circolare in modo indifferenziato nel sistema familiare, diventando pervasive e difficili da contenere.

Dal punto di vista psicoanalitico, la diagnosi di malattia di un figlio attiva nei genitori un processo di elaborazione assimilabile a un lavoro di lutto: viene messa in discussione l’immagine del figlio immaginato e del futuro atteso, con una conseguente destabilizzazione dell’equilibrio psichico individuale e di coppia.

Il lavoro in psicoterapia

Nella pratica clinica, questo si manifesta spesso attraverso fasi emotive che comprendono stordimento, negazione, rabbia e una progressiva, mai definitiva, accettazione della realtà.

Nelle fasi iniziali, lo stordimento segnala un sovraccarico emotivo che limita temporaneamente la capacità di pensiero. La negazione, intesa come meccanismo di difesa, può avere inizialmente una funzione protettiva, consentendo al genitore di non essere travolto dall’angoscia. Tuttavia, quando tale difesa si cronicizza, essa ostacola la possibilità di riconoscere il bambino nella sua realtà psichica e corporea, interferendo con la capacità genitoriale di sintonizzarsi sui suoi bisogni emotivi e di sostenere i compiti di cura.

Nella clinica con i genitori, uno degli obiettivi centrali diventa allora quello di favorire uno spazio di pensiero in cui la diagnosi possa essere progressivamente rappresentata e mentalizzata. Laddove il dolore resta non pensato, esso tende a esprimersi attraverso agiti, rigidità relazionali o un’eccessiva focalizzazione sulla malattia, che rischia di diventare l’unico organizzatore del legame genitore-bambino.

Un aspetto centrale del lavoro consiste nell’evitare che l’angoscia venga trasmessa al bambino. Quando i genitori non riescono a trasformare le proprie paure in pensieri comunicabili, l’angoscia tende a circolare in forma non simbolizzata e può essere inconsciamente trasmessa al figlio. Il bambino, privo degli strumenti per comprendere ciò che accade, può farsi portatore di un’ansia diffusa che si esprime attraverso il corpo, il comportamento o una maggiore difficoltà nell’affrontare la malattia stessa.

In questa prospettiva, sostenere i genitori nel riconoscimento e nell’elaborazione del proprio vissuto emotivo non rappresenta solo un intervento di supporto alla coppia, ma una vera e propria azione preventiva sul benessere psicologico del bambino. Quando l’angoscia trova uno spazio di pensiero negli adulti di riferimento, il bambino può sperimentare un ambiente emotivamente più contenitivo, in cui la malattia, pur presente, non diventa totalizzante né priva di significato.

Un esempio specifico: quando il figlio soffre di epilessia

Come prevedibile la comunicazione della diagnosi di una malattia cronica come l’epilessia può avere un forte impatto all’interno della famiglia. Nello specifico, lo stress che deriva dall’incontrollabilità degli attacchi epilettici e dall’iniziale periodo di adattamento alla malattia, mette in crisi la fiducia nelle proprie competenze genitoriali.

In alcune famiglie, la paura e l’angoscia sperimentate durante la prima crisi del figlio, vengono descritte come paralizzanti e tali da pensare alla morte del bambino, con gli inevitabili sensi di colpa di chi assiste impotente all’evento. Oltre a questa fonte di stress, si aggiungono la percezione di vulnerabilità del figlio, la consapevolezza della gravità della malattia stessa, il peso delle cure, il non controllo delle crisi, le conseguenze dello stigma, i rapporti sociali e il rendimento scolastico. Addirittura, gli studi riportano che anche dopo un’importante riduzione dei sintomi epilettici, i genitori continuano a percepire i figli come vulnerabili e bisognosi di cure specifiche.

Alcune ricerche hanno dimostrato che 24 ore dopo la comunicazione della diagnosi di epilessia, i genitori che si erano dimostrati i più angosciati e bisognosi di supporto, erano possibili predittori per lo sviluppo di disturbi ansioso-depressivi nei propri figli. Interessanti alcuni studi che hanno trovato che un alto livello di stress familiare entro i primi 13 mesi, correlava paradossalmente con un’aumentata qualità di vita dei figli; ma se questo permaneva nei successivi due anni, la qualità della vita diminuiva.

Si spiegherebbe tale andamento con l’osservazione che i genitori che continuano ad avere un alto livello di stress nel corso della malattia, potrebbero diventare iperprotettivi o depressi nei confronti dei propri figli contribuendo così ad un peggioramento della qualità della loro vita.

L’avvio di un percorso di psicoterapia ad orientamento psicoanalitico, secondo il modello teorico seguito dal Centro Clinico SPP, offre uno spazio di ascolto, accoglimento e rielaborazione profonda della situazione in essere.

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Dr.ssa Berenice Merlini - Centro Clinico SPP Milano dell'età adulta