La timidezza

Per parlare di timidezza, mi è venuto in mente il personaggio di Otis Milburn nella serie tv Sex Education. Otis è un adolescente impacciato che fatica a guardarsi allo specchio, a confrontarsi con la propria sessualità e, soprattutto, a relazionarsi con gli altri. Lì dove molti teen drama puntano sulla spavalderia giovanile, Sex Education ci presenta un protagonista che balbetta, arrossisce, evita il contatto fisico e teme il giudizio.

La sua esitazione, i silenzi imbarazzati e la paura del giudizio lo rendono immediatamente riconoscibile come “il timido” della serie.

Otis ha una lente attraverso cui osserva il mondo, una forma di sensibilità che gli permette di poter aprire il suo “sportello di consulenza”, un modo per entrare in contatto con tantissimi coetanei ed essere loro di supporto, nonostante le sue esitazioni, il suo imbarazzo, il suo arrossire, la sua “timidezza”. Ma Otis è davvero timido, o piuttosto introverso?

È importante discriminare tra timidezza e introversione.

L’introversione costituisce una dimensione temperamentale innata, concettualizzata originariamente da C. G. Jung per descrivere una configurazione personologica in cui il soggetto disinveste la libido dagli oggetti esterni reinvestendola nel proprio mondo intrapsichico (1921). All’introversione si oppone l’estroversione per descrivere un tratto di personalità prevalentemente rivolta verso l’oggetto, verso il mondo esterno.

  • - Un soggetto introverso si caratterizza come principalmente orientato al mondo interiore suo e altrui, riflessivo, sensibile, che si approccia alla realtà prevalentemente in modo intuitivo, empatico. Appare più solitario e può essere più schivo e isolato, ma questo non denota una fragilità psicologica, ma una predisposizione costituzionale.
  • - Con estroverso, d’altro canto, si intende un soggetto orientato verso il mondo esterno, con grandi capacità comunicative, che si adatta all’ambiente con facilità e da cui è estremamente attratto.

Spesso culturalmente e socialmente l’introversione è considerata come una caratteristica da combattere e da superare, spesso una dimensione di personalità stigmatizzata in un mondo che predilige l’apparire e l’esteriorità. Per questo le persone introverse cercano e ritengono di dover superare questo aspetto di sé a favore di un atteggiamento più disinvolto e aperto al mondo esterno. Ma per l’introverso il proprio mondo interno è un mondo ricco, un luogo dove ricercare significati, un luogo da esplorare, in cui trovarsi a proprio agio e non un luogo di rifugio da qualcosa che fuori “spaventa”. È un tratto che fa dell’introspezione una delle proprie peculiarità.

La timidezza e l’introversione si toccano e si sfiorano, ma seguono strade distinte.

L’etimologia della parola “timidezza” ci aiuta nel comprendere da cosa è mosso il soggetto timido. Timido deriva dal latino “timidus, temere”: chi manca dell’ardire e della sicurezza.

Per questo la timidezza è data da una paura, da una preoccupazione nel presentarsi al mondo. Questo aspetto si presenta su un continuum al cui estremo si può trovare la fobia sociale. La timidezza è uno stato emotivo che può presentarsi in modo più o meno invalidante, ma non per forza come un aspetto da medicalizzare, ovviamente dipende dal grado con cui si manifesta.

Tornando alla domanda su Otis Mulburn, possiamo ritenere questo personaggio un soggetto introverso, attento al mondo interno suo ed altrui, riflessivo, empatico, con pochi amici, ma con i quali ha un rapporto sincero e profondo. È timido, invece, nel confronto con il genere femminile nelle relazioni intime e sessuali per cui teme il rifiuto e vive sentimenti di inadeguatezza. Si potrebbe ipotizzare che questa timidezza abbia un’origine nella sua storia familiare, nel contesto in cui è cresciuto anche in relazione alle figure di riferimento.

Che cos'è la timidezza?

La timidezza è uno stato emotivo caratterizzato da un senso di inibizione e disagio in situazioni sociali, spesso accompagnato da timore anticipatorio e paura del giudizio. Non va confusa quindi con l’introversione, che riguarda una caratteristica temperamentale, né con l’ansia sociale, che costituisce un vero e proprio disturbo.

La persona timida può desiderare il contatto con l’altro, ma teme di non essere all’altezza, di esporsi, di deludere, di essere criticata. Questo conflitto tra desiderio e paura è spesso alla base della sofferenza che accompagna la persona timida. Il timido desidererebbe essere estroverso, disinvolto, e non per forza il timido è una persona introversa. L’introverso, come detto precedentemente, non si trova a disagio con il proprio mondo interno, mentre il timido si richiude verso sé stesso perché si sente spesso insicuro e teme di non essere adeguato e all’altezza della situazione.

Dal punto di vista psicoanalitico, il soggetto timido si trova costantemente sotto il peso di uno sguardo interiore giudicante, una voce interna critica (il Super-Io), che osserva e giudica quello che fa, quello che dice, quello che pensa, come si comporta. Più questa istanza è severa più la timidezza e l’inibizione diventano invalidanti per il soggetto. Questa istanza interna molto spesso è ciò che il timido teme possa essere il modo con cui gli altri lo guardano e lo giudicano e per tale motivo fatica ad esporsi in situazioni sociali.

La timidezza può generare un disagio emotivo più o meno significativo, si passa dall’imbarazzo, di solito caratterizzato dal rossore, a sensazioni di paura intensa con sudorazione, aumento della frequenza cardiaca e respiratoria, tensione muscolare…etc. L’imbarazzo è una condizione temporanea, che può accompagnare il timido; la timidezza è una condizione più stabile che può comportare, nei casi più estremi, l’evitamento delle situazioni sociali per il disagio che comportano configurandosi come una fobia.

Per cui, come descritto, il disagio dovuto dalla timidezza è di diversi gradi e per questo motivo non sempre necessita un trattamento, può essere una risposta occasionale a situazioni particolari oppure una risposta marcata da impedire relazioni sociali e compromettere la vita della persona profilandosi come un disturbo da ansia sociale (o fobia sociale).

Le origini della timidezza

Non è possibile individuare delle cause univoche alla timidezza, ma si può considerare un intreccio complesso tra genetica, ambiente familiare, esperienze relazionali, rappresentazioni interiori di sé e dell’altro, aspetti sociali e culturali.

Un contesto familiare controllante, iperprotettivo o eccessivamente critico, così come ambienti in cui le figure di riferimento risultano imprevedibili o incoerenti, insieme a eventuali esperienze traumatiche, rappresentano alcuni dei fattori che possono influire sullo sviluppo della timidezza. Per tale motivo è importate conoscere e riconoscere le origini e il ruolo della propria timidezza attraverso una esplorazione della propria storia personale.

Quando la timidezza diventa patologica

Non tutta la timidezza è un problema. Può essere una condizione che cambia nel tempo, con l’avanzare dell’età, che si presenta in modi distinti in base ai luoghi, che si modifica anche grazie alle esperienze di vita e ai contesti sociali e relazionali. In altri casi può diventare limitante o fonte di sofferenza profonda.

Il confine tra timidezza e disturbo d’ansia sociale (o fobia sociale) secondo il DSM 5 si attraversa quando è presente:

  • - Marcata e persistente (≥ 6 mesi) paura o ansia per una o più situazioni sociali nelle quali i pazienti possono essere esaminati da altri.
  • - La paura deve comportare una valutazione negativa da parte di altri (p. es., che i pazienti saranno umiliati, imbarazzati, o respinti oppure dovranno offendere gli altri).
  • - La paura o l'ansia sono sproporzionate rispetto alla minaccia reale (tenendo conto delle norme socio-culturali).
  • - La paura, l'ansia, e/o l'elusione avvengono quasi sempre per le stesse situazioni sociali e causano disagio significativo o compromettono significativamente il funzionamento sociale o lavorativo.

In questi casi, può essere opportuno rivolgersi ad un professionista della salute mentale.

Come affrontarla e integrarla

Il percorso per affrontare la timidezza non passa per la sua cancellazione, ma per l’integrazione. È di fondamentale importanza riconoscere la propria sensibilità, capire da dove viene la paura, quale “ruolo” ricopre e costruire una propria cassetta di attrezzi per affrontare i momenti in cui la timidezza può essere invalidante.

Per tornare alla Serie Tv Otis Milburn affronta la sua timidezza nella relazione con i coetanei e nell’affrontare la sessualità costruendo uno “sportello di consulenza sessuale” per i suoi coetanei. Nei bagni abbandonati, lontano dallo sguardo dell’altro, mette al sicuro sé e protegge anche l’altro dall’esposizione vis a vis per parlare dei propri problemi sessuali. Pian piano Otis prenderà confidenza con sé, con il sesso, dovrà confrontarsi con la madre e il suo lavoro di sessuologa-psicoterapeuta che possiamo definire “ingombrante” nella vita del figlio, per costruirsi una sua identità da presentare al mondo senza eccessivi timori.

Otis impara ad abitare quella timidezza con più consapevolezza. A trasformarla in uno spazio da cui partire, non in un limite da subire. E in questo suo percorso, ci mostra che la timidezza può essere anche una forma di profondità. Una soglia, non un muro. Un segnale che ci chiede non di nasconderci, ma di ascoltarci.

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Dr.ssa Rachele Piperno - Centro Clinico SPP Milano dell'età adulta