Mindfulness: la pratica del “prendersi cura”

Pur essendo un termine apparentemente semplice (la traduzione letterale è “consapevolezza”) e ormai largamente diffuso, definire cosa sia la Mindfulness non è cosa semplice. La parola Mindfulness racchiude in sé una molteplicità di concetti e non sembra possibile trovare una descrizione univoca e condivisa che riesca a rappresentare interamente le sue sfaccettature: non è un’attività, non è una semplice pratica meditativa o sportiva, non si tratta di una tecnica di rilassamento e nemmeno di un’abilità cognitiva.

La Mindfulness è, piuttosto, una modalità di essere, una modalità di vivere consapevolmente che ha una profonda influenza sulla nostra mente, sul nostro corpo e sul nostro essere (e stare) nel mondo. Si riferisce, in senso ampio, alla capacità di coltivare una particolare tipologia di attenzione, consapevole e focalizzata su ciò che accade nel momento presente, non selettiva e non giudicante: vuol dire essere presenti a ciò che si fa, mentre lo si fa, lasciando andare la tendenza a focalizzarsi sul desiderio di cambiare la realtà e le cose.

La Mindfulness affonda le sue radici nelle tradizioni meditative orientali, in particolare nel buddhismo, dove coltivare la consapevolezza è uno degli elementi centrali del percorso per la liberazione dalla sofferenza, sia fisica che mentale.

Nonostante le origini contemplative e religiose, con il tempo le pratiche Mindfulness hanno trovato applicazione trasversale ad ambiti di vita differenti, come quello medico, lavorativo, educativo e sportivo, divenendo parte integrante di percorsi di benessere, prevenzione e crescita personale. Tra questi, ritroviamo anche la psicoterapia, grazie all’integrazione di tecniche e pratiche mindfulness nel contesto di diversi approcci terapeutici.

Mindfulness e psicoterapia

L’introduzione della Mindfulness nella cultura occidentale è avvenuta grazie al lavoro di Jon Kabat-Zinn, fondatore del programma MBRS (Mindfulness-Based Stress Reduction). Nato negli anni 70 come intervento psicoeducativo standardizzato per ridurre la sofferenza nei pazienti affetti da dolore cronico, il programma MBRS è un protocollo strutturato di pratica della consapevolezza, articolato in otto incontri settimanali di gruppo e in una giornata intensiva di attività, che include esercizi meditativi (come il body-scan, lo yoga consapevole, la camminata consapevole) e riflessioni sulla pratica e sulla consapevolezza, allo scopo di sviluppare progressivamente l’attenzione e l’osservazione della propria esperienza e dei propri vissuti interni.

La diffusione del programma MBRS ha aperto la strada all’applicazione della mindfulness anche all’interno di diversi approcci terapeutici, collettivamente definiti “Mindfulness-Based Interventions” (MBI). Gli MBI integrano esercizi meditativi con tecniche cognitivo-comportamentali e hanno l’obiettivo di migliorare il benessere psicologico e ridurre sintomatologie specifiche: sono interventi terapeutici che variano per durata, contenuti e finalità e sono spesso adottati per far fronte a specifiche psicopatologie e orientati a rispondere a bisogni clinici più mirati.

All’interno dei percorsi di terapia analitica, invece, la pratica Mindfulness non segue un’applicazione strutturata e standardizzata, ma è piuttosto considerata un atteggiamento mentale o una qualità dell’attenzione e dell’“essere e dello stare in relazione” che può arricchire il lavoro terapeutico e condividerne alcuni aspetti. Sebbene l’integrazione della pratica Mindfulness in psicoterapia venga associata principalmente all’orientamento cognitivo-comportamentale, anche per gli psicoterapeuti di orientamento psicoanalitico è importante riconoscere il ruolo positivo che l’integrazione di tale pratica può avere sulla salute psicofisica dei pazienti.

I sette pilastri della Mindfulness

La Mindfulness si basa su sette “pilastri della consapevolezza” che orientano la pratica meditativa; non si tratta di tecniche o esercizi, ma di atteggiamenti, di modalità di rapportarsi al mondo esterno e al proprio mondo interno, che aiutano a vivere in modo più consapevole e soddisfacente. Alcuni di questi atteggiamenti sono rintracciabili anche nello spazio e nel tempo della terapia e mostrano delle analogie con aspetti e caratteristiche del lavoro clinico con i pazienti.

  1. Il primo dei sette pilastri è il non giudizio, che consiste nel riconoscere e nell’osservare l’esperienza (ciò che accade dentro e fuori di sé), senza etichettarla come “giusta” o “sbagliata”, “buona” o “cattiva”, ma accogliendola così com’è. Anche la terapia rappresenta un luogo, uno spazio, in cui il giudizio viene sospeso e il paziente può sentirsi libero di esplorare i propri vissuti emotivi interni e di esprimere il proprio Sé autentico.
  2. Il secondo atteggiamento che caratterizza la pratica è la pazienza, ovvero la capacità di attendere i tempi del cambiamento senza forzature. Questa attesa è propria anche del lavoro analitico, che segue una personale temporalità, che è quella dei processi interni e che si contrappone ad una temporalità richiedente del “tutto e subito” che è spesso parte del nostro vivere quotidiano.
  3. Se ci pensiamo, anche quello del terapeuta si caratterizza spesso come un “lavoro di attesa”, di osservazione e comprensione dei momenti di stallo, di capacità di rimanere nell’impasse con il paziente, per riemergervi insieme. La mente del principiante richiede di approcciarsi ad ogni esperienza come se fosse la prima volta, senza preconcetti passati e aspettative future. Questo principio fa pensare alla capacità negativa di Bion, allo stato mentale ideale con cui un terapeuta dovrebbe approcciarsi all’ascolto dei pazienti, ovvero “senza memoria e senza desiderio”. Questo stato mentale ideale comporta infatti il “guardare” l’Altro senza preconcetti né categorizzazioni, sospendendo teorie e idee preesistenti e accogliendo ciò che emerge nella seduta, con una mente che sia il più possibile libera.
  4. La fiducia, quarto pilastro della consapevolezza, si riferisce alla capacità di coltivare speranza e sicurezza nella propria esperienza interna e diretta, nei propri sentimenti, intuizioni, risorse e spazi interiori. La fiducia è ciò che caratterizza anche l’alleanza terapeutica, che permette al paziente di percepirsi all’interno di uno spazio di contenimento in cui può esprimere ciò che è davvero.
  5. Il non sforzo, che consiste nel non cercare di ottenere qualcosa, ma stare con ciò che c’è, così com’è, senza desiderare che le cose siano diverse da come sono.
  6. Analogamente, in terapia l’obiettivo non è quello di cambiare il paziente, “farlo funzionare meglio” o “correggerlo”: l’invito è invece ad esplorare, a riflettere sui propri vissuti interni, sui propri comportamenti e su cosa essi comunicano, su quale “posto”, quale “ruolo” ricoprono nel mondo interno del paziente. L’accettazione è la possibilità di riconoscere e accogliere ciò che accade nel momento presente così com’è, senza cambiarlo, modificarlo o interpretarlo. Questo sesto pilastro richiama molto il lavoro del terapeuta che promuove l’accettazione del Vero Sé del paziente, spesso nascosto e inesprimibile.
  7. Infine, il lasciare andare è riconoscere il proprio attaccamento a pensieri, emozioni, contenuti mentali e relazionali disfunzionali e imparare a lasciarli fluire, senza rimanerci aggrappati. In psicoterapia, analogamente, è possibile lavorare sulle resistenze che spesso il paziente non riesce ad abbandonare: esso lo proteggono, in senso disfunzionale, dall’idea di potersi accettare nella propria interezza riconoscendosi punti di forza ma anche fragilità e debolezze.

Una seduta di Mindfulness

Le pratiche Mindfulness possono essere integrate nel contesto di un percorso di psicoterapia più ampio (sia individuale che di gruppo), al fine di favorire nel paziente una maggiore consapevolezza di sé, dei propri pensieri e del proprio corpo, aiutandolo a raggiungere un contatto più profondo con vissuti interni difficilmente rappresentabili o mentalizzabili.

Dopo un inquadramento clinico iniziale, o anche dopo diversi mesi o anni di terapia, è possibile introdurre nel percorso di terapia pratiche di consapevolezza per facilitare l’elaborazione di stati affettivi interni, soprattutto in quei pazienti che mostrano difficoltà nella regolazione emotiva o con funzionamento borderline; lo scopo può essere quello di favorire il buon andamento del percorso terapeutico, sostenendo lo sviluppo della funzione riflessiva e dell’auto osservazione del paziente.

  • - Una seduta di Mindfulness inizia generalmente con un breve momento di centratura e concentrazione, durante il quale il paziente viene invitato a portare attenzione al momento presente, senza farsi distrarre da pensieri o giudizi.
  • - Successivamente, viene introdotta una pratica di consapevolezza guidata, come l’osservazione del respiro, il body scan, la camminata consapevole o il mindful-eating.
  • - La conclusione della seduta prevede, infine, uno spazio e un tempo dedicati ad una riflessione condivisa su quanto emerso durante la pratica, dove si esplorano i vissuti e i possibili insight emersi, integrandoli con il lavoro terapeutico più ampio.

L’utilizzo in terapia di queste tecniche meditative e di consapevolezza corporea, non ha come obiettivo esclusivamente quello di provare a ridurre una specifica sintomatologia, ma piuttosto di aiutare il paziente a ri(connettersi) con sé stesso, con il proprio corpo e con le sensazioni che da esso derivano, ma anche con le emozioni e i pensieri che emergono in terapia.

Oltre ad essere parte integrante di una seduta, le pratiche Mindfulness possono accompagnare il paziente anche nella quotidianità, dove è possibile praticare in autonomia, utilizzando indicazioni scritte o registrazioni audio che guidano il percorso, creando così continuità tra il lavoro terapeutico e la vita del paziente al di fuori del setting analitico.

I benefici della pratica e dell’integrazione in terapia

Ho scelto di intitolare questo articolo “Mindfulness: la pratica del ‘prendersi cura’”, perché credo che il messaggio fondamentale che la mindfulness veicola, al di là dell’ambito di applicazione o integrazione delle sue tecniche e dei suoi principi, sia l’importanza di prendersi cura di sé stessi. Attraverso la pratica, è infatti possibile ascoltarsi profondamente, fermarsi e ricominciare (o cominciare per la prima volta) a sentire e a sentirsi, a connettersi con la mente e con il corpo, percependoli come fondamento del proprio Sé.

Questo “fermarsi ad ascoltare e ad ascoltarsi” è a tutti gli effetti “qualcosa” che riguarda anche i percorsi di psicoterapia: la stanza di terapia, che possiamo immaginare metaforicamente come un corpo fisico che contiene tutto, è un luogo, uno spazio dove ritrovarsi, guardarsi introspettivamente, osservare i pensieri e le sensazioni in modo profondo e unico, autentico. Un luogo, appunto, di cura.

Come già sottolineato, se integrata con sensibilità clinica e coerenza teorica, la Mindfulness può rappresentare un alleato prezioso ai percorsi di terapia: allenarsi alla consapevolezza del proprio corpo e della propria mente (e delle sensazioni e dei vissuti che racchiudono), contribuisce infatti ad un miglioramento complessivo del benessere psicologico e facilita i cambiamenti, le trasformazioni che migliorano la qualità della vita, rendendole più profonde, durature e autentiche. Praticare la Mindfulness favorisce la connessione tra corpo e mente, tra emozione e pensiero, tra vissuto esperienziale e narrazione simbolica e può aiutare ad ampliare la capacità di osservazione e simbolizzazione di stati interni complessi, soprattutto nei pazienti che faticano a tollerare stati affettivi intensi o che hanno tendenze all’agito; favorisce lo sviluppo di una buona regolazione emotiva, risultando quindi molto utile nella riduzione di stress e ansia.

La Mindfulness aiuta inoltre a ridurre la percezione del dolore e a migliorare la capacità di farvi fronte nei pazienti affetti da dolore cronico e favorisce il rilassamento e migliora la qualità del riposo nei pazienti che soffrono di disturbi del sonno.

Infine, al di là dei benefici che può avere sul benessere psicologico generale e sulla cura di determinate difficoltà specifiche, la Mindfulness può aiutare a migliorare la qualità della partecipazione del paziente e del terapeuta nella stanza di terapia, rendendo più autentica e profonda la relazione con l’Altro e, soprattutto, l’incontro con il (Vero) Sé.

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Dr.ssa Annalisa Mazza - Centro Clinico SPP Milano età adulta