Shantaram - Storia di un viaggio interiore

“Quando tanti anni prima avevo scalato il muro della prigione, era come se avessi scalato una parete ai limiti estremi del mondo. Calandomi oltre quella parete, verso la libertà, avevo rinunciato a tutto il mondo che conoscevo. A Bombay avevo cercato inconsciamente di creare un nuovo mondo d’amore…”
Shantaram di Gregory David Roberts è la lettura che mi ha accompagnata nelle calde giornate di questo agosto appena trascorso. Fedeli compagne di viaggio, le oltre mille pagine che compongono la vita di Linbaba (Lin), giovane australiano in fuga dal proprio passato, sono sopravvissute alla salsedine del Mar Ionio e mi hanno trasportata tra le colorate e affollatissime strade di Bombay.
Ormai celebre romanzo internazionale, l’opera di Roberts può essere letta, oltre che come una grande narrazione di avventura, come il racconto di un lungo e travagliato viaggio intrapsichico: il protagonista, alter ego dell’autore, non è solo impegnato a scappare dalla sua vita precedente, ma intraprende un intenso e progressivo pellegrinaggio interiore, passando attraverso conflitti, sofferenze, pericoli e contraddizioni, nell’incessante ricerca di una nuova vita e di una diversa immagine di sé.
Shantaram: la trama e il percorso interiore di Lin
Lin arriva in India dopo essere evaso da un carcere australiano, portando con sé un vissuto di dipendenza, criminalità e perdita, ma soprattutto una profonda ferita nella propria identità; la tragedia della morte prematura della figlia, infatti, provoca la fine del suo matrimonio e un susseguirsi di eventi dolorosi che segnano il suo destino. Davanti ad un lutto così intollerabile e al totale naufragio della sua vita familiare, Linbaba cerca rifugio nell’eroina come disperato tentativo di anestetizzare il dolore, ma la sostanza lo trascina nel baratro della delinquenza e della detenzione.
Inizialmente, fuggire sembra rappresentare l’unica possibilità di continuare a vivere, o meglio, di sopravvivere, lasciando dietro di sé il dolore per una vita che non esiste più. Il protagonista del romanzo vuole “disfarsi” di sé stesso e di ogni traccia (esterna ed “interna”) della propria storia, come se il passato potesse essere cancellato (e dimenticato) semplicemente assumendo un nuovo nome e procurandosi un passaporto falso.
Ma il passato, pur essendo cronologicamente trascorso, può continuare ad essere psichicamente presente: ciò che Lin cerca affannosamente di lasciarsi alle spalle, continua a “muoversi” in profondità e a mostrarsi “alla luce del sole” nella percezione che il protagonista ha di sé stesso e attraverso le modalità di entrare in relazione con gli altri e di orientare le sue scelte e il suo futuro. La distanza geografica e il cambiamento di coordinate della sua vita non coincidono con una reale e possibile distanza dalla sua storia personale: “ciò che è stato” ritrova continuamente nuove forme attraverso cui “farsi presente”.
Così, pagina dopo pagina, Linbaba inizia a confrontarsi con la consapevolezza, molto spesso dolorosa, che l’identità (o un’identità finalmente solida) conserva inevitabilmente le tracce del passato, rinnovandosi attraverso la continua integrazione con nuove identificazioni, nuove perdite, nuovi adattamenti e nuove consapevolezze. La sua fuga, allora, smette di essere un allontanamento da ciò che è stato, e si trasforma nella possibilità di costruire, soprattutto attraverso l’incontro con l’Altro, un rapporto diverso con la propria storia e una differente e nuova narrazione di sé.
Lin non diventa semplicemente un uomo nuovo, ma incontra, nel corso del suo viaggio, versioni, sfaccettature, aspetti differenti di sé stesso, con le quali è costretto a confrontarsi, insieme ai nuovi legami con i personaggi dalle mille sfaccettature che colorano le pagine del libro. Attraverso la relazione con loro, il protagonista vive nuove appartenenze, si confronta con il bisogno di amore e di potere, sperimenta la lealtà di un’amicizia semplice, rivive il terrore della perdita e il dolore della menzogna, ricade nel conflitto, riscopre la gratuità della fiducia. L’Altro diventa, così, non soltanto qualcuno con cui condividere il viaggio, ma una parte essenziale del processo attraverso il quale Lin può conoscere e trasformare sé stesso.
Il viaggio di Lin come metafora del lavoro terapeutico
Shantaram è un romanzo sulla trasformazione e ricorda al lettore come il cambiamento più profondo non avviene attraverso la cancellazione (o la negazione) del passato, ma tramite un faticoso ma salvifico percorso di integrazione.
È forse questo il significato più profondo del viaggio di Lin: la trasformazione, la libertà, non coincidono con la semplice possibilità di fuggire. Si può evadere da un carcere, attraversare un confine, arrivare all’altro capo del mondo, cambiare nome e identità e, tuttavia, continuare a portare dentro di sé il peso delle proprie prigioni. La vera cura richiede un “lavoro” diverso: non quello di cancellare ciò che è stato, ma quello di poterlo riconoscere, attraversare, elaborare e trasformare.
Per questo il grande viaggio di Lin sembra a tratti rappresentare una metafora del lavoro terapeutico: un percorso non lineare, fatto di avanzamenti e regressioni, incontri e separazioni, perdite e legami che sono per sempre; un viaggio interiore in cui è possibile provare a dare un significato nuovo alla propria esperienza. Ed è proprio questa possibilità a costituire, a mio parere, uno dei presupposti più preziosi della cura analitica: l’idea che, anche quando la nostra storia ci ha profondamente segnati, non coincidiamo per sempre con essa.
A cura della dr.ssa Annalisa Mazza - Centro Clinico SPP Milano età adulta
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