Pensiero divergente: convergere nel divergere

Sebbene il concetto non sia di recente formulazione, oggi si sente parlare sempre più frequentemente di pensiero divergente, soprattutto nei contesti lavorativi. La crescente complessità e dinamicità del mondo professionale valorizzano infatti la capacità di risolvere problemi complessi, adattarsi ai cambiamenti e produrre soluzioni innovative.

Ma che cosa si intende con questo termine?

Il pensiero divergente può essere definito come la capacità di elaborare molteplici possibili soluzioni, anche originali e inusuali, di fronte a una domanda, a un problema o a una situazione.

Il concetto venne introdotto negli anni Cinquanta dallo psicologo Joy Paul Guilford, che, nell’ambito della sua teoria della struttura dell’intelletto (Structure of Intellect, SI), sostenne che l’intelligenza non fosse un’abilità unica, bensì un insieme articolato di competenze differenti, tra cui, appunto, la capacità di pensiero divergente.

Secondo Guilford, il pensiero divergente si compone di diversi fattori fondamentali:

  • - fluidità, ossia la capacità di generare numerose idee;
  • - flessibilità, cioè la capacità di passare da un’idea all’altra;
  • - originalità, intesa come capacità di produrre idee insolite e uniche;
  • - elaborazione, ovvero la capacità di sviluppare e arricchire le idee prodotte.

L’autore collegava strettamente il pensiero divergente alla creatività, definita come la capacità di produrre idee nuove, flessibili e innovative. Tale produzione può riguardare contenuti semantici, come, ad esempio, la ricchezza lessicale in un compito di scrittura, ma anche contenuti simbolici, grafici, comportamentali o relativi agli usi inconsueti degli oggetti. Pensare, ad esempio, a funzioni insolite per una semplice graffetta significa già attivare un processo di pensiero divergente.

Il pensiero divergente viene contrapposto al pensiero convergente. Quest’ultimo è orientato verso l’individuazione di un’unica risposta corretta e si basa prevalentemente su logica, inferenze e conoscenze già acquisite. Il pensiero divergente, invece, apre alla pluralità delle possibilità, favorendo l’esplorazione, le associazioni libere e l’immaginazione. Se il pensiero convergente tende a chiudere il campo delle alternative, quello divergente lo amplia. Per questo motivo molte tecniche utilizzate nei contesti formativi e organizzativi mirano a stimolare la capacità divergente.

Tra le principali troviamo:

  • - brainstorming, che consiste nella produzione spontanea e destrutturata di idee, sospendendo temporaneamente qualsiasi giudizio o valutazione critica;
  • - mind mapping, tecnica che traduce graficamente le associazioni emerse attraverso mappe concettuali che collegano immagini, intuizioni e pensieri;
  • - scrittura libera e diario personale, pratiche che favoriscono il fluire spontaneo delle idee, consentendo l’emergere di connessioni inattese e contenuti profondi.

A proposito di divergenze...

Tuttavia, sarebbe riduttivo considerare il pensiero divergente soltanto una funzione cognitiva o una risorsa utile nei contesti aziendali o formativi. In quanto espressione della creatività umana esso riguarda il modo stesso in cui l’individuo entra in relazione con il mondo: pensare in modo divergente significa tollerare l’incertezza, sostare nel dubbio, lasciare emergere immagini, intuizioni e associazioni senza la necessità immediata di ricondurle a un ordine razionale o categoriale. Significa mantenere viva quella parte della mente capace di immaginare e trasformare l’esperienza.

Per queste ragioni, il costrutto elaborato da Joy Paul Guilford richiama il concetto del “fanciullino” sviluppato da Pascoli. Nell’omonimo saggio, Pascoli sostiene che ogni individuo custodisce dentro di sé una dimensione originaria capace di cogliere aspetti della realtà che l’adulto, irrigidito dall’abitudine e dalla razionalità, tende a non percepire più. Il fanciullino scopre significati nascosti nelle piccole cose, crea connessioni inattese e restituisce profondità al quotidiano.

Questa dimensione non coincide semplicemente con l’infanzia: anche l’adulto dovrebbe conservarla, poiché proprio attraverso tale sensibilità diventa possibile andare oltre l’apparenza e trasformare l’esperienza in poesia.

Se il poeta descrive dunque una disposizione interiore capace di guardare il reale con stupore e di coglierne connessioni inattese, una prospettiva in parte convergente, sviluppata in ambito psicoanalitico, emerge anche nel pensiero di Donald Winnicott, autore che attribuisce alla creatività un ruolo centrale nello sviluppo psichico. In particolare, Winnicott considera il gioco come il luogo privilegiato dell’esperienza creativa: uno spazio intermedio tra realtà interna e realtà esterna in cui il bambino può immaginare, sperimentare e dare forma al proprio mondo soggettivo. Il gioco, secondo questa prospettiva, non rappresenta un’evasione dalla realtà, ma una modalità autentica di entrarvi in relazione.

Per Winnicott, vivere creativamente non significa necessariamente possedere un talento artistico, ma sentirsi vivi, reali e in contatto con la propria esperienza più autentica. Il gioco rappresenta allora un atteggiamento creativo che non ha età: sia il bambino sia l’adulto sono chiamati a “giocare”, riempiendo lo spazio intermedio tra sé e l’ambiente con i prodotti della propria mente e della propria immaginazione.

E, in fondo, anche la psicoanalisi nasce da un atto di pensiero divergente. Sigmund Freud introduce infatti una concezione della mente che rompe con l’idea di una coscienza lineare e trasparente, aprendo invece allo spazio dell’inconscio, del sogno, dell’associazione libera e della pluralità dei significati. L’ascolto analitico richiede una disposizione simile a quella del poeta e del bambino: la capacità di cogliere dettagli apparentemente insignificanti, simboli nascosti e connessioni impreviste.

In questa prospettiva, il pensiero divergente può essere interpretato non soltanto come una competenza utile a produrre innovazione o a risolvere problemi, ma anche come una modalità profonda di stare in relazione con sé stessi e con il mondo, valorizzando quella dimensione immaginativa e creativa che rende l’esperienza umana aperta, dinamica e trasformativa.

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Dr.ssa Chiara Savini - Centro Clinico SPP Milano dell'età adulta