Musicoterapia: il suono come spazio dell’inconscio

La musicoterapia, pur configurandosi come disciplina autonoma e interdisciplinare, trova un terreno teorico particolarmente fertile nel pensiero psicoanalitico, soprattutto laddove questo si interroga sulle dimensioni preverbali dell’esperienza psichica. Per esempio, Freud non ha scritto direttamente sulla musicoterapia ma ha espresso interesse per la musica come esperienza emotiva non mediata dal linguaggio.

In tale prospettiva, la musica non è intesa semplicemente come strumento espressivo o riabilitativo, ma come modalità di accesso privilegiata ad aree della propria vita psichica non ancora simbolizzate o difficilmente rappresentabili.

Psicoanalisi e musicoterapia

Uno dei punti di contatto più rilevanti tra psicoanalisi e musicoterapia riguarda il primato dato all’esperienza affettiva non verbale. Prima dell’acquisizione del linguaggio, il bambino è immerso in un mondo fatto di ritmo, intonazione, intensità e temporalità condivisa: elementi che costituiscono una vera e propria “proto-musicalità” della relazione primaria.

In questo senso, la musica può essere considerata come una riattivazione di tali configurazioni originarie, offrendo un canale di comunicazione che precede e sostiene la simbolizzazione.

Musica come esperienza transizionale

Più specificatamente in ambito psicoanalitico, seguendo una prospettiva winnicottiana, la musica può essere intesa come esperienza transizionale: uno spazio intermedio tra interno ed esterno in cui il soggetto può fare esperienza di sé e dell’altro in un modo creativo e non ancora simbolizzato. È lo spazio della creatività, dell’illusione e del gioco.

Come anticipato, il suono, con la sua struttura ritmica e temporale, richiama le forme originarie della relazione primaria madre-figlio, fondate su processi di sintonizzazione affettiva e regolazione non verbali.

Infatti, prima ancora del contenuto relazionale, ciò che struttura l’esperienza è la forma della relazione: ritmo, ripetizione, modulazione. Qui la musica diventa una chiave di lettura interpretativa fondamentale: la voce materna, infatti, è già musicale e l’interazione precoce madre-neonato è organizzata come una sorta di dialogo ritmico che consente la regolazione affettiva attraverso sincronie e dissincronie. Dunque, possiamo dire che la musicalità è parte della funzione di holding consentendo una sintonizzazione affettiva non verbale.

Sempre secondo la prospettiva winnicottiana, il gioco non è solo un’attività infantile ma la matrice di ogni esperienza relazione e culturale. Arte e musica derivano direttamente da questa capacità di gioco. In questa prospettiva la musicoterapia assume il valore anche di una forma di gioco strutturato, uno spazio in cui il paziente costruisce forme di contatto non intrusive e può stare nell’esperienza senza doverla simbolizzare, ovvero senza dover necessariamente passare attraverso il linguaggio verbale.

Musicoterapia come spazio trasformativo dell'esperienza psichica

La musicoterapia inoltre può essere pensata non solo come uno spazio transizionale ma anche come uno spazio trasformativo dell’esperienza psichica. In una prospettiva bioniana la musicoterapia assume una funzione di contenimento, capace di accogliere stati emotivi primitivi e non ancora pensabili, trasformandoli progressivamente in configurazioni più organizzate. In questo senso la musica offre non solo uno spazio di espressione ma diventa un vero e proprio strumento di pensiero: ciò che inizialmente si presenta come intensità indistinta o frammentata, può trovare una prima forma, un ritmo condiviso, una possibilità di essere tollerato e, infine, pensato.

Particolarmente rilevante è anche la dimensione corporea dell’esperienza musicale. Il suono è vibrazione, attraversa il corpo e lo coinvolge direttamente, introducendo una qualità profondamente incarnata dell’esperienza: il corpo non è solo veicolo, ma luogo stesso della trasformazione. Le variazioni di intensità, tempo e frequenza possono modulare stati di eccitazione o di ritiro, favorendo processi di regolazione.

Così la musicoterapia diviene uno strumento privilegiato in quei casi in cui il corpo rappresenta il principale teatro dell’espressione psichica. Il concetto di Io corporeo, così come elaborato da Didier Anzieu, consente di comprendere ulteriormente questo processo. L’Io, prima di essere istanza rappresentazionale, è infatti esperienza di superficie, di contenimento, di limite.

In questa prospettiva, il suono può svolgere una funzione analoga a quella di una “pelle psichica”, “pelle sonora”: avvolge, delimita, dà forma. La ripetizione ritmica, la continuità sonora e la prevedibilità delle sequenze musicali offrono al soggetto una base di appoggio sensoriale che favorisce l’integrazione delle esperienze frammentate. Così il paziente può fare esperienza di essere “tenuto” non solo sul piano del pensiero attraverso la presenza del terapeuta, ma anche sul piano corporeo attraverso la struttura sonora condivisa.

In questo setting musicoterapico, si attivano dinamiche transferali peculiari, in cui il suono diviene veicolo della relazione. Il transfert si esprimerà non tanto attraverso contenuti narrativi, quanto attraverso modalità ritmiche, intensità, silenzi e ripetizioni, richiedendo al terapeuta una particolare sensibilità. In questo senso, la competenza clinica si estende alla capacità di “pensare musicalmente” il materiale emergente, cogliendone le qualità affettive e trasformative. Risulta dunque evidente come la musicoterapia offra un contributo significativo anche nei casi in cui il linguaggio verbale può risultare insufficiente o inaccessibile e laddove si osserva fragilità dei confini dell’Io o difficoltà nella regolazione affettiva.

Per esempio, in ambito neurologico, nei pazienti con epilessia, il corpo è spesso il luogo privilegiato di espressione di stati di eccitazione difficilmente mentalizzabili. Attraverso la musicoterapia il corpo, da teatro di scarica e disorganizzazione, può così diventare progressivamente uno spazio abitabile, attraversato da esperienze che trovano una prima coerenza e una possibilità di essere trattenute. La musica ovviamente non agisce direttamente sulla crisi in termini medici, ma interviene sul terreno psichico e relazionale in cui il corpo è inscritto, aprendo possibilità di integrazione che affiancano e sostengono il lavoro neurologico.

Conclusione

In conclusione, l’incontro tra psicoanalisi e musicoterapia apre uno spazio teorico e clinico in cui il suono diventa un ponte per l’inconscio, luogo di trasformazione e possibilità di simbolizzazione. La musica, in quanto esperienza temporale, corporea e relazionale, si configura come uno strumento potente per accedere a quelle aree della psiche che sfuggono al linguaggio, ma che proprio attraverso il suono possono iniziare a essere pensate. In ultima analisi consente l’avvio di una tensione tra suono e senso.

Dr.ssa Berenice Merlini - Centro Clinico SPP Milano dell'età adulta

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