Disturbo attaccamento adulto - 1a parte

Prima di parlare degli aspetti clinici e delle possibili difficoltà legate al legame di attaccamento, è utile fare un passo indietro e comprendere come nasce questa teoria e perché ha avuto un impatto così importante nel panorama della psicologia e della psicoterapia psicodinamica-psicoanalitica.
Le origini della teoria dell’attaccamento
La teoria dell’attaccamento, elaborata da John Bowlby, è oggi considerata uno dei modelli più articolati e completi per comprendere lo sviluppo emotivo e relazionale dell’essere umano. Non si tratta di una teoria statica, ma di un paradigma che nel tempo si è arricchito grazie a numerose ricerche e contributi interdisciplinari.
Quando Bowlby iniziò a formulare le sue ipotesi, alla fine degli anni Trenta, il dibattito psicoanalitico era dominato da due grandi orientamenti: la teoria pulsionale e la teoria delle relazioni oggettuali. Bowlby ritenne che entrambe lasciassero in ombra un aspetto fondamentale: il bisogno primario di sicurezza.
Secondo la sua prospettiva, il bambino non è guidato soltanto dalle pulsioni o dalla ricerca di soddisfacimento, ma è fin dall’inizio orientato alla relazione. L’essere umano nasce predisposto a cercare vicinanza, protezione e risposta da parte di chi si prende cura di lui.
Bowlby osservò come molte difficoltà psicologiche affondassero le radici in esperienze relazionali precoci segnate da separazioni, trascuratezza o cure incoerenti. A rafforzare le sue intuizioni contribuirono anche gli studi etologici degli anni Quaranta e Cinquanta, che dimostrarono come, in molte specie animali, il bisogno di contatto e protezione fosse addirittura più forte del bisogno di nutrimento.
Bowlby arrivò così a sostenere che il bambino possiede una predisposizione biologica a sviluppare un legame privilegiato con una figura di riferimento che ha una funzione evolutiva: mantenere la vicinanza alla figura protettiva aumentando le probabilità di sopravvivenza.
Cos’è il legame di attaccamento?
In questa prospettiva, l’attaccamento è un vero e proprio sistema motivazionale primario. Si attiva quando il bambino percepisce pericolo, disagio o separazione, spingendolo a cercare la figura di riferimento; si disattiva quando il senso di sicurezza è ristabilito.
Bowlby formulò due ipotesi centrali:
- - Lo stile di attaccamento dipende in modo significativo dalla qualità delle cure ricevute.
- - Le prime esperienze relazionali influenzano profondamente l’immagine che il bambino costruisce di sé e degli altri.
A partire da queste basi teoriche, fu sviluppata una procedura sperimentale che permise di osservare concretamente i diversi stili di attaccamento nei bambini (Strange Situation).
Quali sono gli stili di attaccamento?
Dagli studi sperimentali emersero quattro principali modalità.
Attaccamento sicuro
Il bambino con attaccamento sicuro percepisce il genitore come disponibile e affidabile. Quando si sente turbato lo cerca, e una volta rassicurato torna a esplorare l’ambiente. La figura di riferimento rappresenta una “base sicura”: un punto fermo da cui partire e a cui tornare. Circa la metà dei bambini osservati rientra in questa categoria.
Attaccamento insicuro-evitante
Il bambino evita il contatto con il caregiver, che mostra disagio anche nelle situazioni in cui si sente in difficoltà. Rivolge principalmente le sue attenzioni agli oggetti inanimati piuttosto che ad esseri umani, nasconde il suo disagio ed evita la vicinanza per controllare il suo bisogno che nelle sue previsioni non troverà soddisfacimento.
Attaccamento insicuro-ambivalente
Qui il bambino appare costantemente in allerta. Il caregiver è percepito come imprevedibile: a volte presente e accogliente, altre volte distante o intrusivo. Il bambino amplifica i segnali di bisogno e fatica a dedicarsi all’esplorazione, rimanendo concentrato sulla figura di riferimento.
Attaccamento disorganizzato
Questa categoria è stata introdotta successivamente per descrivere comportamenti contraddittori e incoerenti. Il bambino può cercare il caregiver e subito dopo immobilizzarsi, allontanarsi o mostrare segnali di confusione. Le ricerche hanno evidenziato una maggiore frequenza di questo stile in contesti caratterizzati da trascuratezza, maltrattamento o psicopatologia genitoriale.
Il legame di attaccamento nel tempo
Gli stili di attaccamento si sviluppano entro il primo anno di vita del bambino, ma gli studi sull’attaccamento mostrano che queste prime modalità relazionali tendono ad avere una certa continuità nel tempo. Non determinano rigidamente il destino di una persona, ma influenzano aspetti importanti come la fiducia in sé stessi, la fiducia negli altri e la capacità di gestire le emozioni.
Secondo Bowlby dallo stile di attaccamento derivano rappresentazioni mentali inconsce di sé, degli altri e delle relazioni che permangono nel corso della vita del soggetto e orientano i suoi comportamenti e modi di vedere sé stesso e gli altri. Per esempio, un bambino con attaccamento sicuro costruirà un modello interno di sé come di persona degna di amore e dell’altro, come figura affidabile e disponibile. Questi modelli guidano le aspettative affettive future, spesso in modo automatico basandosi sulle esperienze precoci di attaccamento.
Tuttavia, la teoria dell’attaccamento non è una teoria deterministica. Nuove esperienze relazionali significative possono modificare i modelli operativi interni e cambiare il modo in cui percepire sé stessi e gli altri.
La psicoterapia psicodinamico psicoanalitica può rappresentare uno spazio sicuro in cui rielaborare la propria storia e costruire nuove immagini di sé e modalità relazionali più stabili e sicure.
Con queste basi, nel prossimo articolo, potremo comprendere i disturbi dell’attaccamento nell’adulto.
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A cura del Centro Clinico SPP Milano dell'età adulta
