Il dolore come eredità: il trauma intergenerazionale

“Possiamo formulare l’ipotesi che nessuna generazione sia in grado di nascondere alla generazione successiva processi psichici di una certa importanza.
Su questa stessa strada dell’intelligenza inconscia di tutti i costumi, delle cerimonie e dei canoni lasciati alle spalle dal rapporto originario con il progenitore, può essere riuscito a generazioni successive di fare propria l’eredità emotiva delle generazioni precedenti”

(Freud, 1913, Totem e Tabù)

1. Il trauma

Il trauma è una “crepa” nella vita e nel mondo interno di una persona. L’etimologia della parola trauma deriva dal termine greco τραῦμα e significa proprio “ferita”, “lacerazione”: uno squarcio che attraversa l’esperienza soggettiva e si insinua anche nel corpo, che spesso rappresenta il canale d’elezione per le sue manifestazioni sintomatologiche.

Può avere origine da qualcosa di improvviso e sconvolgente, un evento unico e riconoscibile capace di interrompere bruscamente la continuità dell’esistenza, oppure prendere forma attraverso esperienze ripetute e prolungate nel tempo, caratterizzate da una costante esposizione all’impotenza, alla minaccia e alla violenza.

Eventi catastrofici, lutti inaspettati o situazioni di aggressività e maltrattamenti inflitti per mano umana (pensiamo all’abuso, alla guerra, alla persecuzione o alla discriminazione razziale o di genere), rappresentano solo alcuni degli esempi possibili di ciò che può essere definito “esperienza traumatica”. Accanto alle forme più manifeste e tangibili, esistono infatti traumi che si strutturano in modo più sottile e pervasivo, alimentandosi di ciò che non è stato detto, visto o nominato: si tratta del dolore frutto di assenze emotive, sguardi mancati, parole e gesti di cura dimenticati.

In questi casi, il trauma non risiede tanto in un atto, in un evento circoscritto e definibile o in una violenza ripetutamente subita, quanto in un clima affettivo, “un’atmosfera traumatica” costante che accompagna lo sviluppo della persona e ne influenza precocemente le modalità di sentire e pensare il mondo e di stare in relazione con l’Altro. Si tratta del trauma del “non detto” e del “non visto”, che spesso non lascia tracce superficialmente visibili, ma “scava profondi solchi” nello sviluppo emotivo, affettivo, strutturale e cognitivo.

Inoltre, le conseguenze del trauma, l’effetto patologico e lesivo che esso ha sulla vita intrapsichica e interpersonale di una persona, dipendono non solo dalle caratteristiche dell’evento in sé (come l’intensità o la reiterazione), ma anche dalle possibilità, le risorse che la persona ha, nel momento in cui il trauma si verifica, di elaborarlo.

Le difficoltà maggiori si manifestano, infatti, quando gli eventi traumatici si verificano in fasi di sviluppo precoci, in cui la mente non è ancora in grado di leggere la realtà, contenerla e integrarla: i “traumi relazionali precoci”, che derivano spesso da dolori non risolti nel caregiver, hanno infatti un impatto devastante sullo sviluppo del bambino e rappresentano spesso la base della sofferenza in età adulta.

2. Il trauma trasmesso ed ereditato

“Chi conosce i fantasmi dice che essi anelano ad essere liberati dalla loro vita di fantasmi e condotti a riposare come antenati. Come antenati continuano a vivere nella generazione presente, mentre come fantasmi sono costretti a ossessionarla con la loro vita di ombre”

(Loewald, 1915, Il declino del complesso edipico)

Come anticipato, traumatico è ciò che va oltre la capacità di risposta di una persona e la sua possibilità di far fronte all’esperienza, di contenerla e di integrarla. Quando ciò che accade, dentro e fuori dal soggetto, è eccessivo rispetto alle sue capacità di elaborazione, si attiva una massiccia reazione difensiva di distacco: la mente mette in atto una serie di meccanismi difensivi, come la rimozione, la negazione, la scissione e la dissociazione, finalizzati ad allontanare l’evento traumatico (e i relativi vissuti emotivi negativi) dalla coscienza.

In questo modo, il trauma non può essere tradotto, narrato (non è possibile farne parola) e rimane difensivamente estraneo alla memoria identitaria della persona che l’ha subito: il tentativo è quello di allontanare il dolore, seppellirlo in una “sarcofago” che, però, non è mai ben sigillato.

Come osservava Freud, infatti, ciò che viene rimosso non cessa né di esistere né, soprattutto, di agire: il trauma continua ad interferire con la vita psichica in altre forme, per altre vie, manifestandosi sotto forma di sintomi somatici, emotivi, cognitivi e comportamentali. Così gli effetti del trauma non si riducono esclusivamente alle ripercussioni immediate, ma comprendono anche le conseguenze psicopatologiche che si sviluppano e si radicano nel tempo in modo profondo e strutturale.

Anche molto tempo dopo che il trauma è avvenuto, la persona traumatizzata sperimenta un costante stato di allerta e ansia, soffre di insonnia, incubi notturni e continui flashback che la portano a rivivere l’evento. Sono frequenti anche sentimenti di colpa e vergogna, distacco dalla realtà, nonché quella che Freud definì “coazione a ripetere”, ovvero la tendenza a riprodurre situazioni traumatiche e disfunzionali: tutti sintomi principalmente riconducibili al Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS).

È quindi chiaro come, in assenza di elaborazione, il trauma continui a lavorare nel mondo interno della persona, a vibrare sotto la superficie della coscienza. Ed è proprio in questo spazio sospeso, in questo “eterno tempo traumatico”, che può radicarsi un’eredità emotiva che diviene “dono mortifero” per le generazioni successive: “un trauma trasmesso ed ereditato”, intergenerazionale, che diventa un peso invisibile per coloro che vengono dopo.

Quella dei discendenti è la condanna ad un “dolore senza origine”, vissuto come proprio ma non integrabile nella storia personale: immersi in un costante clima emotivo angosciante, figli e nipoti diventano spesso “contenitori inconsapevoli” di affetti e angosce senza nome, sperimentando emozioni che non gli appartengono. A questo proposito, Abraham e Torok, psicoanalisti francesi che si sono occupati di trasmissione transgenerazionale del trauma, hanno elaborato i concetti di cripta e fantasma per spiegare come avviene la trasmissione del trauma tra le generazioni.

Secondo gli autori, il trauma ha inizialmente origine da un vissuto familiare doloroso e vergognoso, un segreto inconfessabile o un lutto non elaborato, che viene nascosto nella cripta, una formazione psichica inconscia. Il fantasma, che rappresenta l’effetto transgenerazionale diretto di questa sepoltura del trauma, indica la presenza inconscia e l’azione psichica dell’antenato, che continua a influenzare la vita dei suoi discendenti inducendoli a mettere in atto comportamenti che ripetono la storia passata.

Tale “ripetizione fantasmatica senza fine”, è riscontrabile anche nell’ereditarietà e nella continuità, tra le generazioni, delle conseguenze sintomatologiche del trauma. Le nuove generazioni di traumatizzati manifestano, infatti, una serie di disturbi e sintomi simili a quelli di colore che hanno vissuto il trauma in prima persona: forte senso di vergogna, colpa e impotenza, disregolazione emotiva, ansia, disturbi depressivi e difficoltà nel controllo degli impulsi.

Inoltre, essere vittime di traumi intergenerazionali può portare a difficoltà nel creare e mantenere legami sicuri, sani e stabili: ne deriva che, nella maggior parte dei casi, lo sviluppo strutturale e identitario risulti compromesso. Riconoscere la trasmissione del trauma, dare un nome all’indicibile e pensare l’impensabile, apre ad una riparazione possibile e “blocca gli ingranaggi” di ripetizione di una storia che può altrimenti diventare senza fine.

3. I meccanismi di trasmissione del trauma

La trasmissione intergenerazionale del trauma può avvenire attraverso molteplici “canali”, ma ognuno di essi passa attraverso la relazione primaria con l’Altro. Le memorie traumatiche si trasmettono infatti prevalentemente attraverso modalità relazionali e affettive disfunzionali, caotiche, invischiate o attraverso la narrazione esplicita del passato traumatico, che avviene però sempre comunque nel contesto di una relazione; quindi, paradossalmente, è proprio il legame con l’Altro, che dovrebbe rappresentare la base sicura per uno sviluppo solido di sé e della propria identità, un luogo di contenimento e affetto, il canale di trasmissione privilegiato di un “nutrimento cattivo e mortifero”.

Nel caso del trauma intergenerazionale, per il bambino prima e per l’adulto poi, non è quindi possibile strutturare e portare avanti una narrazione di sé che sia unica e coerente e che consenta di sviluppare un’identità propria e integrata, in quanto le energie e lo spazio psichico vengono occupate dalla gestione faticosa di un dolore estraneo, che appartiene all’Altro significativo ma che “scorre nelle proprie vene”.

In questo senso, è possibile comprendere come sia già (e soprattutto) nella relazione di attaccamento che il trauma intergenerazionale si può strutturare, a partire da un dolore non risolto della madre (o del caregiver) che può comportare fin da subito gravi difficoltà nella relazione di cura. Un processo di sviluppo sano prevede infatti che chi si prende cura del bambino svolga, tra le altre cose, anche una funzione regolatoria e di contenimento adeguata, un compito molto complesso per coloro che hanno subito traumi rimasti privi di elaborazione e che vivono spesso in balia di una disregolazione emotiva e di stati mentali angoscianti.

In assenza di una funzione di contenimento adeguata, il bambino in via di sviluppo è in balia di una relazione primaria deficitaria, carente e caotica, caratterizzata da angosce senza nome, imprevedibilità e disregolazione: ciò può avere come conseguenza lo strutturarsi di un attaccamento disorganizzato, che compromette la possibilità di sviluppare una funzione regolatoria per le proprie emozioni, l’interiorizzazione di una base sicura per lo sviluppo di un’identità solida e un senso di separatezza tra i propri stati mentali e quelli dell’Altro.

La trasmissione del trauma avviene quindi principalmente mediante canali inconsci, preverbali e impliciti, in cui la ferita non è trasmessa attraverso la parola, ma come presenza che permea silenziosamente il legame e che si diffonde attraverso il clima emotivo che caratterizza la relazione. In altri casi, l’eredità traumatica è più esplicita e diretta e avviene attraverso racconti espliciti e un’esposizione senza filtri e confini ai vissuti dolorosi passati, ma mai “superati”: questo atteggiamento è spesso causa di sentimenti di angoscia e colpa, che si traducono in un desiderio di “riparazione” al dolore dei genitori, alle loro perdite e al loro dolore. Anche in questo caso, il passato “si fa presente” e interferisce con il futuro.

4. L'interruzione della "catena di dolore": il ruolo della psicoterapia

Nel lavoro psicoterapeutico, e in particolare nel setting psicoanalitico, si apre la possibilità di interrompere “l’interferenza” della catena traumatica di dolore che attraversa le generazioni, offrendo uno spazio in cui il non detto può gradualmente trovare una forma pensabile, narrabile e, soprattutto, integrabile nella storia personale e familiare.

Durante il percorso di terapia, attraverso una funzione di contenimento e rêverie, il terapeuta diviene temporaneamente depositario di stati emotivi intensi e caotici, che restituisce al paziente in una forma più tollerabile e integrabile con la propria storia. Grazie alla costruzione di una relazione di fiducia, la terapia diventa quindi un luogo (forse il primo) di contenimento sicuro, in cui le identificazioni e i ricordi traumatici possono essere riconosciuti, accolti e trasformati: l’empatia, la sensibilità e la funzione regolatoria del terapeuta permettono al paziente, a poco a poco, di elaborare i vissuti emotivi legati al trauma e riappropriarsi della propria storia, distinguendo ciò che appartiene a sé da ciò che è stato ereditato.

In questa prospettiva, la psicoterapia non si limita a curare il sintomo e la sofferenza individuale, ma assume una funzione riparativa e trasformativa più ampia, a livello genealogico: consente di restituire al passato un senso di “dignità psichica e personale”, di essere pensato e pensabile, liberando gli eredi dall’essere portatori di un dolore mortifero che non gli appartiene e aprendo la possibilità di un’eredità diversa per le generazioni che verranno.

Lo scopo del lavoro terapeutico non è quello di cancellare il passato, ma di elaborarlo, modificandone l’impatto sul presente e sul futuro: “Il passato è “cronologicamente passato”, ma se non è elaborato, il passato è (e rimane) presente”.

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Dr.ssa Annalisa Mazza - Centro Clinico SPP Milano dell'età adulta