Brain Rot: il vuoto del pieno digitale

Brain rot è diventata un’espressione molto presente nel linguaggio digitale contemporaneo, in particolare su piattaforme come TikTok, Twitter/X, Reddit e nelle community legate al gaming. Il termine si diffonde come metafora ironica per descrivere l’effetto che alcuni contenuti possono avere sulla mente quando diventano eccessivamente presenti, ripetitivi o difficili da interrompere.

Sebbene venga utilizzato in modo leggero e normalizzato nel linguaggio del web, il brain rot può essere messo in relazione con il consumo massivo dei social e interpretato come un indicatore delle trasformazioni del disagio contemporaneo e delle nuove abitudini legate all’uso dei media digitali.

Significato e utilizzo del termine

Il termine brain rot, letteralmente traducibile come “marciume del cervello”, è stato scelto dall’Oxford Dictionary come parola dell’anno 2024. Il presidente di Oxford Languages ha evidenziato come la scelta di “brain rot” rifletta una riflessione sociale su come le nostre vite virtuali stiano evolvendo e in quanto “Costituisce uno dei capitoli da affrontare nel dibattito culturale sul rapporto tra umanità e tecnologia…”.

Infatti, sebbene brain rot non appartenga al linguaggio clinico, il termine non solo rispecchia le attuali preoccupazioni legate all’uso eccessivo dei social media, ma si inserisce in un discorso più ampio su come la tecnologia stia plasmando le nostre vite e sull’impatto che il consumo eccessivo e passivo di contenuti digitali brevi, ripetitivi e ad alta intensità di stimolo (video brevi, meme, scrolling sui social network, giochi con meccaniche automatiche) esercita sulle capacità cognitive come attenzione, memoria e pensiero critico soprattutto nei più giovani, seppur il fenomeno non riguarda unicamente quest’ultimi.

Questo tipo di esposizione, come dimostrano diversi studi, rende progressivamente più difficile sostenere l’attenzione su attività lunghe e complesse, come la lettura, lo studio, incidendo inoltre sulle relazioni interpersonali e sul rapporto con la realtà esterna.

Dal vuoto al pieno digitale

Per ampliare il campo di riflessione, risulta significativo il pensiero dello psicoanalista Massimo Recalcati, il quale, nel suo libro “La clinica del vuoto”, propone un’interessante lettura del cambiamento sociale e individuale, nonché del profondo mutamento della sofferenza psichica nella contemporaneità.

Secondo l’autore, non viviamo più nell’epoca del “Disagio della civiltà” così come teorizzata da Freud, caratterizzata dal conflitto tra pulsioni, bisogni istintivi e le restrizioni imposte dalla società, da cui derivava la nevrosi classica fondata su colpa e rimozione. Oggi, al contrario, il disagio non scaturisce da un eccesso di divieti, bensì da una carenza di limiti, di riferimenti simbolici e di senso: una libertà priva di orientamento.

L'autore osserva che il soggetto contemporaneo si trova spesso privo di un “Altro simbolico”, inteso come quell’insieme di regole, leggi, valori e figure di riferimento capaci di guidare il comportamento, orientare il desiderio e sostenere la costruzione dell’identità. Tale mancanza si manifesta in un vuoto del desiderio, ovvero nell’incapacità di volere autenticamente qualcosa che conferisca senso alla vita, di elaborare progetti a lungo termine, di impegnarsi in relazioni profonde e di investire emotivamente nel mondo.

I desideri vengono così frequentemente sostituiti da piaceri immediati e ripetitivi, come nel caso del brain rot, legato a social media, videogiochi e piattaforme di streaming che favoriscono comportamenti compulsivi, un consumo continuo di stimoli che producono una gratificazione immediata che anestetizza temporaneamente il senso di mancanza.

In questo senso, il pensiero di Recalcati ci invita a leggere il rapporto dei giovani con la tecnologia in modo più complesso e articolato, superando interpretazioni riduttive e semplicistiche che li descrivono come pigri, disinteressati o incapaci di impegnarsi. L’uso intensivo dei dispositivi digitali e delle piattaforme online può essere compreso, come una risposta soggettiva a un vuoto simbolico ed esistenziale, una strategia, spesso inconsapevole, per colmare l’assenza di riferimenti stabili e per attenuare il contatto con una mancanza percepita come difficile da sostenere.

In questa prospettiva, il digitale non rappresenta soltanto una fonte di distrazione, ma anche uno spazio in cui il soggetto tenta di trovare forme di compensazione e di riconoscimento.

Brain rot e neurobiologia

Gli effetti descritti sul funzionamento psichico ed emotivo trovano conferma anche a livello neurobiologico. Uno studio recente sul tema, pubblicato sulla National Library of Medicine, ha dimostrato che Internet può causare alterazioni, e in alcuni casi permanenti, nella cognizione, soprattutto per quanto riguarda attenzione e memoria, con possibili cambiamenti nella materia grigia del cervello.

Lo scrolling ripetuto può interferire con la capacità del cervello di codificare e conservare le informazioni, mentre la sovrastimolazione costante tende a ridurre la capacità di attenzione. I continui stimoli digitali attivano inoltre il sistema della ricompensa, generando gratificazione immediata che, nel tempo, può trasformarsi in una forma di dipendenza comportamentale. Questo circolo vizioso può alimentare frustrazione, apatia, senso di perdita di controllo e insoddisfazione persistente.

In questo senso, i dati neuroscientifici forniscono un riscontro concreto degli effetti osservati, mostrando come il consumo intensivo di contenuti digitali non impatti solo il funzionamento psichico, ma anche la struttura e il funzionamento cerebrale.

Conclusione

In questo breve articolo, non si vuole demonizzare l’uso della tecnologia e dei social media, che possono offrire opportunità, occasioni di relazione, conoscenza e condivisione. Tuttavia, è importante proporre una lettura critica dei significati e degli aspetti emotivi e psichici sottesi ai comportamenti legati all’uso della tecnologia, il cui rischio è quello di amplificare fragilità emotive e cognitive.

Ciò solleva una riflessione sul ruolo degli adulti e delle istituzioni educative nel loro complesso, affinché possano offrire confini e significati in grado di sostenere e accompagnare lo sviluppo identitario dei giovani. Un “Altro” che si deve presentificare e divenire un supporto e un riferimento reale, anche nel riconoscere, quando necessario, l’importanza di un percorso di psicoterapia che possa sostenere e accompagnare i ragazzi nel complesso percorso di sviluppo, aiutandoli a elaborare e a entrare in contatto con i propri bisogni e vissuti profondi.

D’altronde, questo termine è stato diffuso proprio dalle generazioni più giovani, in gran parte responsabili dell’uso e della creazione dei contenuti digitali a cui il termine si riferisce: indice di consapevolezza, ma, forse, anche un’implicita richiesta di aiuto per richiamare l’attenzione degli adulti sul loro benessere psichico.

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Dr.ssa Chiara Savini - Centro Clinico SPP Milano età adulta