“Mi sembra di parlare sempre delle stesse cose”: la funzione clinica della ripetizione in psicoterapia

Nelle sedute di psicoterapia spesso compare una frase ricorrente: “Mi sembra di parlare sempre delle stesse cose”. Fermandosi alla prima impressione potrebbe apparire legata esclusivamente a vissuti di frustrazione, di noia o di insoddisfazione rispetto al proprio percorso terapeutico. Tuttavia, il fenomeno della ripetizione e la sua esplorazione e svelamento rappresentano una parte cruciale del processo analitico. Un possibile rischio nei percorsi di terapia è la lettura delle dinamiche che affliggono il paziente solo da un punto di vista razionale e intellettuale.

Tuttavia, alcuni elementi (dinamiche relazionali, emozioni, pensieri) continuano a manifestarsi insistentemente ed in modo sempre simile. Tale ripetizione è una comunicazione ed un segnale essenziale da parte dell’inconscio della persona in terapia.

La ripetizione: un fenomeno complesso

La ripetizione è un fenomeno affrontato fin dalla nascita del pensiero psicoanalitico e ne costituisce uno degli aspetti più affascinanti e misteriosi. La ripetizione implica il rivivere esperienze dolorose, schemi disfunzionali, relazioni fallimentari o traumi nonostante la persona ne conosca perfettamente i lati negativi e metta in atto grandi sforzi per modificare tali situazioni. Perché quindi troviamo questa spinta a ripetere ciò che ci danneggia contro la nostra volontà?

Questo fenomeno, apparentemente paradossale, è una chiave importante per il processo di cura nonostante ad un primo impatto possa sembrare un ostacolo o un blocco.

Il valore terapeutico della ripetizione

Quando una persona in terapia si sente ferma su determinati temi, con tutto il vissuto di frustrazione e disagio che questo comporta, sta in realtà manifestando una iniziale forma di consapevolezza delle proprie dinamiche interne. Tale frustrazione e disagio sono un primo passo verso l’elaborazione degli elementi che creano la ripetizione, un presupposto ed un’occasione fondamentale per avvicinarsi ad un cambiamento profondo.

Compito del terapeuta in questi casi non è solo quello di ascoltare e accogliere tali elementi ma anche di coglierne il significato all’interno della relazione terapeutica. In primo luogo, serve identificare gli elementi che tendono a ripetersi e successivamente approfondire la trama emotiva essenziale ed in che modo influenza la persona nelle sue relazioni, compresa quella con il terapeuta.

In un secondo tempo, quando tale ripetizione risulta chiara, il terapeuta dovrà accompagnare la persona nell’esplorare il senso di tale ripetizione, andando oltre l’apparente monotonia e ritrovando negli elementi della storia personale i punti dove tali emozioni sono state fonte di un forte disagio, di un blocco, di un punto dello sviluppo apparentemente impossibile da superare all’epoca dei fatti. Alla base della ripetizione, in modo tutt’altro che banale, monotono e noioso, si nascondono dinamiche relazionali complesse e sottili che non è mai stato possibile affrontare.

La persona può sentire di “ripetere sempre le stesse cose” ma all’ascolto del terapeuta non vengono mai ripetute due volte nello stesso modo: nel discorso del paziente si nascondono modifiche sottili, leggeri cambiamenti di tono, di significato, di vissuto emotivo. In alcune occasioni ed a volte in seguito a sedute vissute come vicoli ciechi, improvvisamente la ripetizione acquista un senso nuovo alla luce di un ricordo, di un’intuizione, talvolta di un sogno. Esplorare l’elemento ripetitivo è un confronto continuo con un oggetto misterioso che svela sempre nuove sfumature all’interno della storia di vita della persona.

Ripetizione e trasformazione: la visione di Freud, Bion e Winnicott

Andiamo ora ad analizzare le visioni di Sigmund Freud, Wilfred Bion e Donald Winnicott.

Freud e la ripetizione

Il primo a riscontrare la ripetizione come fenomeno cruciale della clinica fu Sigmund Freud. Nei suoi lavori iniziali notò che alcuni pazienti non si limitavano a ricordare le esperienze traumatiche ma tendavano a rimetterle in scena riattualizzandole nelle relazioni del presente, modificando la scena ma mantenendo tuttavia inalterati i vissuti emotivi ed i ruoli al suo interno. Di particolare interesse fu per Freud osservare come la stessa relazione tra paziente e terapeuta assumesse i toni di relazioni significative passate ed in particolar modo di alcuni passaggi che erano stati traumatici o fonte di forte disagio nello sviluppo della persona.

Questa dinamica fu descritta nel suo articolo del 1914 “Ricordare, ripetere e rielaborare” all’interno del quale evidenziò come i pazienti rimettessero in scena le esperienze traumatiche attraverso azioni e comportamenti invece che raccontare particolari ricordi rimossi. Tali ricordi erano rimessi in scena attraverso l’agito.

All’interno del pensiero psicoanalitico, la ripetizione non è mai casuale. Freud teorizzò il concetto di ritorno del rimosso: l’inconscio tenderà a replicare, in modo apparentemente diverso ma in fondo sempre uguale, ciò che non è stato adeguatamente elaborato. La persona che afferma di parlare sempre delle stesse cose spesso fatica ad accorgersi che non sta ripetendo gli stessi contenuti ma una medesima configurazione emotiva che ne sta alla base e che ha avuto un ruolo fondamentale nella propria crescita e nella propria storia di vita.

Tale ripetizione è quindi il segnale che qualcosa di irrisolto (un trauma, un conflitto, una dinamica relazionale) continua a influenzare la psiche del soggetto creando situazioni sempre uguali a se stesse. Tale dinamica può emergere in maniera ciclica ed evidenziare quindi che è ancora vivo qualcosa che richiede attenzione, riconoscimento e trasformazione.

Ai fini della comprensione della ripetizione è fondamentale nel pensiero di Freud il concetto di coazione a ripetere. Tale concetto descrive quel fenomeno secondo il quale una persona, pur volendo cambiare e sentendo un forte disagio, appare ritornare e creare invariabilmente sempre gli stessi schemi: relazioni che si svolgono e finiscono sempre in modi simili e con persone con i medesimi tratti caratteriali, emozioni che tornano sempre con le stesse modalità, pensieri che ciclicamente ricompaiono. L’obiettivo psichico della ripetizione sarebbe quello di rivivere un’esperienza dolorosa al fine di poterla controllare e trasformare.

A tal proposito la frase della persona che afferma di “parlare sempre delle stesse cose” non è altro che una rappresentazione di tale ripetizione. L’espressione verbale diventa la presa di coscienza di qualcosa che ritorna e che costringe la persona a rivivere sempre la stessa situazione emotiva.

La ripetizione quindi, lungi dall’essere un blocco o un fallimento della terapia, ne è il presupposto fondamentale: una volta emersi e vissuti, la persona può interrogarsi su tali elementi ripetitivi in merito alla loro origine: “Quando è capitato, nella mia vita, di essermi sentito nello stesso modo e di essermi trovato nella stessa situazione emotiva?”. Questa esplorazione mette le basi per un’elaborazione trasformativa.

Bion e la ripetizione come blocco del pensiero

Un grande teorico della psicoanalisi, Wilfred Bion, ha messo l’accento sul rapporto tra la ripetizione ed il funzionamento del pensiero. Secondo Bion (1962, Apprendere dall’esperienza) la ripetizione costituirebbe un fallimento della funzione α ovvero la capacità della mente di trasformare emozioni grezze in rappresentazioni mentali che alimentino il pensiero.

In tal caso l’esperienza non potrebbe venire simbolizzata e rappresentata e quindi continuerebbe ad essere messa in atto piuttosto che pensata. L’analista dovrebbe quindi assumere il ruolo di contenitore, ovvero quello spazio mentale in grado di accogliere le emozioni grezze e la messa in atto per poi dare una rappresentazione mentale e simbolica, di vivere la ripetizione per poterla descrivere verbalmente e proporre alla persona un possibile significato che non era mai stato preso in considerazione.

Winnicott: la ripetizione come comunicazione affettiva

Secondo un altro grande psicoanalista, Donald Winnicott, (1965, Il gioco e la realtà) la ripetizione costituisce una forma di comunicazione affettiva. Non sarebbe quindi solo un sintomo ma un tentativo di rivivere esperienze che sono state impossibili da elaborare nel passato. La ripetizione assume quindi i toni di una richiesta implicita: “Fa che ora tutto questo sia diverso”.

Nella relazione terapeutica quindi la ripetizione si configura come una forma di regressione e di messa in atto che non costituisce un ostacolo o un blocco ma un’occasione per un destino diverso. L’analista non è tenuto a reagire subito, ad assumere un ruolo all’interno della ripetizione, ma dovrà sostenere la persona affinché possa cogliere che qualcosa si ripete di modo da poter elaborare in modo originale e nuovo il ritorno dell’esperienza passata. L’analista non è tenuto quindi a rassicurare ma ad incuriosire il paziente nel cogliere le similitudini, i passaggi obbligati nelle sue vicende, il ricordare nei loro tratti principali le esperienze vissute con le relazioni significative del passato e dello sviluppo.

Conclusioni

La ripetizione non è un ostacolo, un blocco, un fallimento ma un’opportunità ed una condizione necessaria per il cambiamento profondo al quale la psicoterapia deve tendere. La frase “mi sembra di parlare sempre delle stesse cose” non è solo un lamento ma un passaggio necessario per una comprensione più profonda della propria storia e della propria psiche.

Se accolta, esplorata, approfondita, la ripetizione costituisce la via attraverso cui un’esperienza traumatica può essere rielaborata, compresa e trasformata, portando verso esiti impensati e impensabili inizialmente.

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