Report serata "Cinema e Psicoanalisi" del 26 novembre 2016

Il 26 novembre si è svolto presso la sede del Centro Clinico SPP in Via Pergolesi 27 a Milano il primo pomeriggio “Psicoanalisi e Cinema” organizzato dai terapeuti del centro stesso. Alla presenza di un nutrito pubblico di colleghi e non, sono state proiettate alcune scene del film “Mon Roi” della regista Maïwenn Le Besco, e dopo uno spazio di scambio libero durante un piccolo aperitivo, è iniziato il dibattito sui contenuti del film.

Apre lo spazio di riflessione il discussant Luca Paganoni che introduce il tema del narcisismo, affrontato in maniera trasversale da tutti gli Autori psicoanalitici: ogni psicoanalista sa infatti che il narcisismo è tema che in ogni analisi, con ogni paziente, va attraversato. Paganoni lo definisce metaforicamente come una “foresta, in cui tanto più ci si addentra, tanto più ci si perde”. In particolare alcuni autori come Kohut, Steiner e Kernberg hanno dato al concetto di narcisismo un taglio differente, in base anche a come ognuno di essi ha affrontato il tema nel proprio percorso personale.
Paganoni ricorda come Freud aveva segnalato l'impossibilità di analizzare soggetti con nevrosi narcisistiche, per via della loro impossibilità a sviluppare il transfert. In effetti come analisti vediamo che in questi soggetti la tendenza è di portare un turbinio interiore, di autocurarsi con le sostanze stupefacenti ma non c'è una vera mobilità del mondo interno, pertanto la prima sfida è di rendere il soggetto analitico e analizzabile. Il padre della psicoanalisi descriveva inoltre l'Edipo e il Narciso come due miti dialetticamente opposti, corrispondenti a due diversi funzionamenti psichici: l'Edipo è apertura, mentre il Narciso è chiusura e ritiro narcisistico, vuole far fuori l'altro, il quale gli offre la sua mancanza e la sua impotenza. Considerando la psicoanalisi come terza ferita narcisistica per l'umanità (dopo quelle inferte da Darwin e da Copernico), possiamo affermare che la psicoanalisi è “antinarciso”. Paganoni chiude il suo intervento con una emozionante citazione di L. Cohen, cantautore, poeta e compositore venuto a mancare proprio pochi giorni prima, il 7 novembre del 2016: “A ben vedere, in ogni cosa c'è una crepa. È da lì che passa la luce.

La parola viene passata a Gianni Kaufman, che introduce il suo intervento mettendo in luce il tema dell'ambivalenza. Il protagonista del film è un uomo dall'identità fragile e dipendente dalle sostanze che è stato un bambino che non ha potuto portare a termine il processo di separazione dalla madre. Egli vive quindi una continua ambivalenza tra il bisogno di aggrapparsi ad una figura materna proiettata nella compagna, e il bisogno di respingerla e distruggerla. Il rapporto diventa quindi un'alternanza tra agiti fusionali (ti amo, voglio un figlio) e di fuga (vivere da solo, tradimenti, fuga nel sociale). Si caratterizza così un personaggio narcisista con modalità infantili ambivalenti che non riesce ad entrare in relazione con l'alterità dell'altro, a valorizzarla, e pretende di sapere cosa l'altro pensa. La donna, dal canto suo, cade preda del personaggio e, complementrariamente alle sue dinamiche, interpreta la figura femminile onnipotente, per poi riscuotersi. Kaufman offre poi un interessante excursus sul tema del rito: in questo film il rito fa paura (viene preso in giro, sdrammatizzato il più possibile anche attraverso l'iperrealismo: il ricevimento di nozze è un pic nic nel parco, gli sposi non vogliono gli anelli-simbolo), e il matrimonio non è un'impresa sociale pubblica ma una faccenda privata, e il polo affettivo predomina quindi sul polo etico dell'impegno. Ciò non può che avere ricadute sulla relazione, questa tendenza all'autoreferenzialità che ha anche radici socioculturali ci espone a derive narcisistiche.
Tutte le relazioni sono cariche di ambivalenza, e ci vogliono degli strumenti per gestirla, ma questo modo di vivere l'amore non permette l'ambivalenza, non è tollerata, e rappresenta un fattore puramente distruttivo. Alla base di tutto questo c'è un equivoco di fondo, ovvero i personaggi si fanno guidare unicamente dal Sé e dalle proprie emozioni, che vengono riversati nel rapporto. Non c'è la possibilità di entrare in una relazione in un certo modo e farsi modificare da essa: la relazione non è in grado di dare un senso al rapporto, anche per via dell'assenza del “rito”. Sempre sul tema del rito, Kaufman spiega come i riti servano a costruire e a contenere, per esempio il voto ci fa riconoscere come membri di una democrazia; i convenevoli come “prego si accomodi” tengono in piedi l'idea di una relazione; l'allevamento infantile, l'allattamento con le sue fasi ripetitive, la fiaba prima di andare a dormire, i rituali regolamentati, sono essenziali per la costruzione del rapporto, sono momenti in cui un rapporto si cementifica, anche per esempio nel rituale del corteggiamento. Il rito è una macchina sofisticata che serve a costruire rapporti, ma c'è anche la consapevolezza ironica per cui sappiamo che stiamo recitando un rito, ne siamo consapevoli e questo ci permette di prenderne le distanze. È un esser “dentro” che si coniuga con una distanza, un esser “fuori”. Possiamo quindi inserire dei cambiamenti, delle novità, che servono ad aggiornare il nostro rapporto, ma sempre all'interno di una garanzia di continuità. Questo è ciò che permette l'elaborazione dell'ambivalenza. Nel film non ci sono tra i personaggi dei riti condivisi (la colazione, cucinare insieme, le vacanze insieme...).

Prende poi la parola Anna Sordelli che testimonia come spesso nella clinica capiti di incontrare vicende sentimentali e relazionali simili a quella del film. È necessario quindi mantenere un atteggiamento analitico di neutralità per comprendere, senza entrare nella dicotomia buono-cattivo. É necessario tenere presente la visione kernbergriana della coppia come unità reciprocamente autodistruttiva attraverso le proiezioni reciproche. Il clinico non può non domandarsi il perché la donna ama un uomo così, da cui razionalmente ognuna fuggirebbe. Già dalle prime battute osserviamo come lui si mostri un uomo idealmente attento e sensibile per poi assestare i primi maltrattamenti ben mirati, oltre a esibire la supposta superiorità rispetto agli altri uomini. Il Sé fragile femminile svalutato è inadeguato è terreno fertile per l'attivazione e la continuazione di questo tipo di relazioni, e lo vediamo anche dagli eventi recenti di cronaca. Lui è molto intrusivo, penetrante, lei vorrebbe lasciarlo ma non può, come vittima di un incantesimo. La finta gentilezza e sensibilità sono di fatto un movimento narcisistico in cui lui vuole rimandare una certa immagine di sé e non entrare in relazione. Lei vorrebbe farlo evolvere, ma lui non può perché non ne ha le risorse emotive per entrare, dalla dimensione senza tempo del rispecchiamento idealizzato dell'innamoramento, nella dimensione del riconoscimento reciproco.
In questo scenario, anche la richiesta di un figlio è una richiesta narcisistica che disorienta la donna. Quando il bambino arriva, il dolore della donna aumenta, in quanto si rende conto che lui non può essere un buon padre. Il bambino manda in crisi un equilibrio già precario, ma aiuta lei ad entrare in una dimensione più reale: la relazione materna primaria le permette di ritornare alla realtà.
Vi è una collusione dello psichiatra che non si interroga ma diagnostica lei come “malata” che va curata. La donna oscilla tra il desiderio di volerlo lasciare e la colpa di non renderlo felice.
Arriviamo poi al punto in cui il corpo parla, e la donna compie un agito autodistruttivo (l'incidente sugli sci) per potersi fermare e ritrovare in una situazione separata da lui, in cui le proiezioni possono essere tenute a bada. Secondo Sordelli, nell'ultima scena il protagonista mostra che non cambierà mai, come un attore che recita sempre lo stesso personaggio, ma che non la incanta più. La fantasia è che la donna possa indossare l'orologio di Cartier, prendere quindi qualcosa di buono che lui le ha dato senza esserne sedotta. Il finale lascia un dubbio aperto: lei lo guarda e lo vede per ciò che è oppure ne è ancora innamorata, oppure ancora lo guarda come si guarderebbe un marziano, un “altro da sé”?
Ad ogni modo, la protagonista sembra essere più consapevole, fa un percorso, ha una fantasia di cambiamento, ha una sofferenza più mentalizzata, mentre quella di lui è agita, negata attraverso la cocaina, lui rifugge il contatto con sofferenza, anche se (o proprio perché) dietro alla di lui maniacalità ci sono un'angoscia molto forte e una grande sofferenza, commenta Maschietto.

Il successivo intervento di Simone Maschietto sottolinea come l'incipit del film che si apre con la rottura del ginocchio rappresenti la metafora della rottura dell'ideale: tutti noi vogliamo essere speciali, unici, particolari, amati, ed evolutivamente questo ideale narcisistico poi va trasformato e integrato nell'Io in maniera funzionale. Il problema è che entrambi i protagonisti stanno cercando un'unicità che è mancata nel rapporto fusionale con la madre, sono due solitudini che si incontrano. Maschietto, citando il concetto di doppi ruoli di Lopez osserva come i due personaggi siano molto speculari, entrambi soffrono di questa ricerca dell'unicità, di quel momento unico di fusione uterina che ci avvolge di amore infinito (Béla Grunberger), che diventa però distruttiva, una pulsione di morte al di là del piacere (narcisismo di morte, André Green). Winnicott a riguardo ci dice che gradualmente la madre dovrebbe aiutare il suo bambino a superare il trauma della disillusione rispetto all'essere unici e infiniti, e lo può fare solo se sorretta adeguatamente dalla figura paterna. Noi ci salviamo dal narcisismo solo se i genitori ci hanno potuto amare per ciò che realmente siamo, allora da adulti avremo la possibilità anche noi stessi di amarci per ciò che siamo, di amare il nostro Sé reale, con i suoi limiti e le sue mancanze.
Infatti la protagonista del film è sempre tra i maschi, alla ricerca del fallo idealizzato infinito (Béla Grunberger), nell'idealizzazione del pene genitale come fonte di potenza infinita.
In linea con questi concetti, Maschietto interpreta il finale del film come un esito non evolutivo: i due narcisi finiscono in un gioco di sguardi all'insegna dell'estetica narcisistica sugli oggetti di valore: c'è la seduzione narcististica sull'oggetto estetico perché non c'è il Sé reale. L'unico Sé reale è il bambino che li riporta alla realtà, è lui che insegna loro il Sé reale commentando “Papà, è alla mamma che devi chiedere scusa”. Lui guarda il Cartier, lei lo guarda come all'inizio: siamo all'insegna del narcisismo estetico (la rottura tra Io e occhio, che nomina all'inizio la dottoressa della clinica per la riabilitazione per il gin-occh/io. Secondo Lopez il narcisismo si sconfigge sviluppando un amore per il Sé reale, amando la persona reale e anche la mancanza. Il narcisismo è legato alla perversione ed elude la separatezza e la mancanza, elude il fatto che tutti dobbiamo morire. Si diventa quindi ipomaniacali e si collude nella coppia per sfuggire alla posizione depressiva (il loro matrimonio è un viraggio verso la maniacalità, è una falsa partenza). Affinché il soggetto possa uscire dal narcisismo deve nascere l'Io, che comporta l'uscita dal “noi” onnipotente fusionale, in cui io sono perfetto così, sono perfettamente coincidente con me stesso, e in una fantasia di gemellarità il partner deve essere identico a me, né di più (perché mi mette in difficoltà) né di meno (perché mi mette in crisi).
Interviene Tosetto con un'imprescindibile considerazione rispetto alla parola “ginocchio”, in francese genou (je-nous), che rimanda così con un gioco di parole alla frattura del legame io-noi.

Il dibattito successivo sottolinea come il “rito” serva quindi a riportare il Sé nella misura della relazione. Anche in analisi, la rappresentazione del sé fuori dalla relazione è un delirio di onnipotenza (“Dottore, devo interrompere l'analisi perché devo prendere una decisione”).

La serata si conclude con la richiesta di molti partecipanti di proseguire con il ciclo “cinema e psicoanalisi”, richiesta che il gruppo di lavoro raccoglie volentieri...

Pertanto: rimanete aggiornati, vi invieremo appena possibile il calendario con le prossime date.

a cura della Dott.ssa Chiara Venturi - Centro Clinico SPP dell'Adulto