Paura di morire: cause, sintomi e come superarla

Perché ho paura di morire?

La paura della morte è la paura fondamentale ed inevitabile dell’essere vivente. L’angoscia di morte è sottesa a tutte le religioni che, in un modo o nell’altro, tentano di mitigare la disperazione della nostra finitezza, ma anche alla filosofia che alla morte cerca di dare un senso.

Per non sentire questa paura noi uomini ci rifugiamo nel frastuono e nelle attività, abbiamo riempito la notte di luci, il silenzio di rumori. Pare che non esista più sulla terra il silenzio assoluto in natura, che gli scienziati l’abbiano cercato senza trovarlo, persino nei posti più sperduti. Abbiamo fatto come i bambini che hanno paura del buio e del vuoto e lo riempiono di voci per il terrore della notte e della solitudine...situazioni che evocano la morte.

La gran parte dei disturbi psichici psichiatrici gira attorno a questo nodo centrale. Abbiamo paura di morire perché desideriamo vivere. Spesso è proprio quando si ha paura di perdere la vita che si riesce ad accettarla, che sentiamo il bisogno di “curarci”, di abbandonare cattive abitudini, di valorizzare quello che abbiamo.

Ansia - paura di morire

La mortalità ci perseguita dalla notte dei tempi. Tutti, uomini, donne e bambini, hanno paura della morte. Per alcuni la paura di morire si manifesta in modo indiretto, per esempio sotto forma di ansia generalizzata o mascherata sotto forma di un altro sintomo psicologico, per altri invece si sperimenta esplicitamente come angoscia di morte o terrore che arriva ad interferire con ogni forma di piacere e di godimento della vita. La paura di morire aumenta e diminuisce nei diversi momenti del ciclo di vita.

Già da bambini ci confrontiamo, più o meno consapevolmente, con la “mortalità” che ci circonda: foglie, insetti, animali domestici che muoiono, nonni che scompaiono e genitori in lutto, cimiteri. Ci confrontiamo con lo scorrere del tempo. Spesso la paura di morire resta piuttosto silente fino alla pubertà, negli stessi anni di “latenza” della sessualità, come indicato già da Freud, ma non significa che non ci sia nei bambini. Già intorno ai 3 anni il bambino può sperimentare le prime preoccupazioni in tal senso, spesso è sinonimo di paura dell’abbandono, della perdita.

In adolescenza comunque, complici i profondi cambiamenti corporei, la perdita dell’infanzia e della corporeità prepuberale, in concomitanza con la spinta all’individuazione e all’autonomia, l’angoscia di morte erompe violentemente.

Gli adolescenti spesso sono assillati dalla “morte” e alcuni di loro prendono in considerazione l’idea del suicidio, altri la esorcizzano tramite videogiochi violenti, utilizzando atteggiamenti cinici e umorismo nero o si appassionano a film o alla letteratura horror. Ci sono giovani che sfidano la morte con condotte estremamente rischiose o hobbies pericolosi.

Qualche decennio dopo la stessa paura soffia nelle vele dei processi di autocostruzione personale, professionale e familiare... laddove pensiamo di lasciare una traccia del nostro passaggio. Di nuovo veniamo assillati da pensieri mortiferi quando i figli lasciano il nido, quando andiamo in pensione, quando il nostro corpo cambia quando “ingrigiamo”, quando il metabolismo rallenta, i dolori aumentano, arriva la menopausa, etc.

Irvin D. Yalom, psichiatra esistenzialista, che a lungo si è interessato a queste tematiche, scrive: “non è facile vivere ogni istante completamente consapevoli di dover morire. E’ come cercare di fissare direttamente il sole: si riesce a sopportarlo solo per poco. Tuttavia, poiché non possiamo vivere paralizzati dalla paura, generiamo metodi per attenuare il terrore della morte. Ci proiettiamo nel futuro tramite i nostri figli, diventiamo ricchi e famosi, sviluppiamo rituali protettivi compulsivi, oppure abbracciamo la fede inespugnabile in un salvatore supremo”.

Ansia / angoscia di morte in psicoanalisi

In ambito psicoanalitico spesso più che di ansia si parla di angoscia. L’angoscia si distingue dalla paura (ansia) per il fatto di essere meno specifica o legata ad un oggetto che la genera, può derivare da un conflitto interiore e non è immediatamente individuabile. E’ un terrore senza nome che deriva dall’immaginazione catastrofica dell’individuo. Il tema dell’angoscia in psicoanalisi è molto complesso, ma l’evoluzione teorica di questo concetto ha dato un grande contributo alla comprensione clinica di alcune situazioni psicopatologiche. Mi soffermo in particolare sull’approccio a quelle condizioni cliniche in cui determinati stati d’angoscia esprimono sottostanti problematiche strutturali e funzionali del Sé.

Dell’angoscia di morte nello specifico la psicoanalisi si è interessata da sempre, a partire da Freud. Già nell’ “Interpretazione dei Sogni”, considerati l’appagamento di desideri inconsci rimossi, si trovò a riflettere intorno al paradosso dei sogni traumatici e dei sogni di morte. Interpretò la morte come metafora di qualcos’altro e, di conseguenza, l’angoscia di morte non tanto connessa alla paura di morire, quanto al senso di colpa derivato da un desiderio rimosso. Nel 1920 introduce il concetto di pulsione di morte, che non è una pulsione a morire, ma un elemento teorico con cui Freud mostra che non c’è “angoscia di morte”, ma solo “angoscia di vita”. La pulsione di morte punta proprio all’azzeramento degli stimoli, evocando l’idea di un sonno eterno, di pace totale, di cessazione del conflitto psichico, di rimozione o
soddisfacimento del desiderio.

Nella teorizzazione kleiniana sullo sviluppo mentale, con l’adozione dei concetti di posizione paranoide e depressiva, il problema dell’angoscia appare centrale. L’autrice, nei primi lavori, teorizza che vi sono nell’infante fantasie sadiche e aggressive contro il corpo materno con l’angoscia che deriva dall’attesa di conseguenze negative. Successivamente, introducendo la nozione di posizione depressiva, individua come angoscia fondamentale dell’individuo quella della perdita dell’oggetto interno amato e infine si concentra sull’angoscia di annichilimento dell’Io. Distingue l’angoscia persecutoria dall’angoscia depressiva. Il significato dell’angoscia per il soggetto può essere legato prevalentemente a vissuti di minaccia per l’Io (angoscia persecutoria o paranoide) o a vissuti di perdita e minaccia per l’oggetto d’amore (angosce depressive). Nel 1946 la Klein accoglie l’ipotesi della centralità della paura di annichilimento nelle primissime esperienze della vita: queste angosce rappresentano il modo in cui viene sperimentato l’istinto di morte che opera all’interno della personalità.

Per Winnicott la naturale funzione materna di cure empatiche fornisce un ambiente “che sostiene” (holding) e attraverso cui il figlio si sente contenuto e può sperimentare il proprio senso di esistere come individuo. Il processo evolutivo si compie attraverso la progressione da stati di non integrazione ad esperienze di sempre maggiore unitarietà del Sé. La patologia del Sé allora è dovuta a fallimenti nella responsività materna, con il conseguente sviluppo di angosce specifiche. L’angoscia di morte si configura quindi in Winnicott come terrore di annientamento, di perdita irreparabile del Sé potenziale, angoscia di non esistenza.

Bion, seppur sviluppando un diverso modello teorico, utilizzando il concetto di “madre contenitore”, sembra concordare con Winnicott su un punto fondamentale: le madri che non possono accogliere, comprendere e rendere tollerabili (restituendole trasformate) le angosce primitive dei propri figli, fanno mancare loro una struttura psichica di base di cui hanno bisogno per costituire un senso di sé vitale. La cura analitica si configura allora come un’opportunità di contenimento e trasformazione di intollerabili angosce di morte ed annientamento del Sé (che possono diventare pensabili) e può fornire un ambiente adeguato, uno spazio dove comprenderle e rielaborarle.

Credo che oggi lo spazio della seduta rappresenti uno dei pochi luoghi dove viene portato un bisogno di spiritualità che riguarda la ricerca del proprio sé e la propria collocazione nel rapporto con l’Altro, con il vivere, con l’universo, ma soprattutto dove sia possibile guardare in faccia le proprie angosce, anche le più impensabili.

Riconoscere l'angoscia di morte

A volte in terapia bisogna “andare a scovare” l’angoscia di morte, nascosta in forma simbolica nei sogni (quanti incubi sono incentrati su situazioni di pericolo di vita), ad uno stato esistenziale oppure dietro ad una concretizzazione sintomatologica (più frequentemente di tipo ansioso-depressivo):

- Tanatofobia

La tanatofobia può essere uno stato che fa da sottofondo a tutte le esperienze di vita o può manifestarsi in modo più impulsivo e intermittente. Può essere una vera e propria fobia, caratterizzata dalla paura estrema e irrazionale di morire e da pensieri ossessivi. In alcuni casi si manifesta in particolari momenti della vita: la gravidanza, in tal caso si parla di tocofobia, la paura del parto e delle sue conseguenza, fino alla paura di morire di parto; nella vecchiaia, spesso associata a sintomi depressivi dovuti alla consapevolezza di avvicinarsi al termine del proprio ciclo vitale.

- Paura di morire e attacchi di panico

La paura di morire è un pensiero tipico durante gli attacchi di panico. La sintomatologia tipica, che comporta senso di soffocamento, palpitazioni, dolori al torace, sensazione di perdere i sensi, solitamente fa temere di morire improvvisamente, di avere un infarto o un’ischemia cerebrale.

- Paura di morire e ansie ipocondriache

Anche in questo caso è frequentemente riferita la paura di morire di tumore o di qualche altra grave malattia. In questo caso più che il timore di una morte improvvisa si temono esiti fatali a lungo termine. Anomalie corporee vengono quindi interpretate in modo catastrofico.

- Paura di morire e disturbi del sonno

L’addormentarsi quando si scivola nel sonno ogni notte o in seguito all’anestesia ci dà un assaggio di come dovrebbe essere la fine della vita. La morte e il sonno, Thanatos e Hypnos, nella mitologia greca erano gemelli, parti costituenti una relazione complementare, erano coloro che accompagnavano il corpo esanime dell’eroe fuori dal campo di battaglia, fuori dalla vita. Molte persone sperimentano la paura di morire nel sonno o faticano ad addormentarsi proprio per questa “vicinanza” simbolica, perché è il momento in cui si perde il controllo, si abbandonano quelle difese di ipervigilanza che ci fanno sentire sicuri, protetti dai rischi che si affrontano vivendo.

- Paura di morire e disturbi di personalità

Alcuni disturbi di personalità sono più di altri afflitti da pensieri di morte. Si possono individuare dietro all’angoscia del “nulla”, del “vuoto” del disturbo narcisistico o del disturbo borderline di personalità o al terrore di perdere l’Altro del disturbo dipendente di personalità.

Come liberarsi dalla paura di morire

La morte è un appuntamento inderogabile, per ciascuno. Cercare di amministrare la morte non è nella direzione della qualità della vita, è nel fantasma del controllo onnipotente. Vani sarebbero i “tentativi di dominare la morte”, l’illusione di poterle dare un’immagine, uno scopo, di attribuirle una funzione. Allora possiamo imparare a convivere con quest’idea e renderla accettabile, rivolgendoci ad una psicoterapia che dia senso ai nostri vissuti, al nostro essere, a ciò che siamo nel mondo.

Lavorando sulla difficoltà che incontriamo nella vita, sulle ragioni delle ansie che ci attanagliano, esplorando eventuali trascorsi traumatici e cosa é successo nell’area dei lutti e dei distacchi della sua storia familiare, all’interno di uno spazio sicuro e di una buona relazione terapeutica il cambiamento è sempre possibile.

Importante sarebbe spostare l’attenzione da un futuro ansiogeno a un presente tutto da vivere, a una vita da costruire, a un potenziale da realizzare, a relazioni “sufficientemente buone” da instaurare, così da non caricare di rimpianti il tempo che passa.

Dr.ssa Sara Tenca - Centro Clinico SPP Milano età adulta

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