Rapporto genitori figli (bambini, adolescenti) nella società di oggi

Pensando al rapporto tra genitori e figli mi ritrovo spesso a pensare come un elemento ricorrente sia quello della perdita. Perché parlare di perdita in merito all’essere genitori? Pare un paradosso: quando nasce un figlio si aggiunge, piuttosto che togliere, la parola stessa genitorialità deriva da generare e dunque produrre, creare. Si aggiunge una persona nella propria vita, si aggiungono investimenti affettivi, impegno ed emozioni. Eppure la perdita e la necessità di una sua elaborazione tornano in ogni fase della genitorialità, come punto di partenza o come punto d’arrivo.

NASCERE COME GENITORI

Già il momento in cui un bambino viene alla luce si accompagna necessariamente a una perdita: per la madre è innanzitutto quella dell’unione simbiotica vissuta durante la gravidanza, che si somma, per entrambi i genitori, alla necessaria rinuncia al bambino ideale, il bambino della fantasia cresciuto nella mente dei genitori durante i lunghi mesi della gestazione psichica. Esso può non corrispondere al bambino reale, in carne ed ossa.

E poi subito un altro lutto da elaborare si affaccia sulla scena, quello del genitore ideale, il genitore che si vorrebbe essere ma che a volte appare inarrivabile, di fronte al pianto enigmatico di un neonato o alle fatiche delle notti in bianco. La figura mitica e idealizzata del genitore perfetto, a cui la psicoanalisi ha sostituito quella del genitore sufficientemente buono, inevitabilmente racchiude in sé la stratificazione delle rappresentazioni positive e negative delle proprie figure genitoriali, alle quali si può voler assomigliare o dalle quali si può desiderare allontanarsi.

ESSERE GENITORI DI UN BAMBINO IN ETA' PRESCOLARE

Le prime fasi della vita di un bambino sono per lui una progressiva e quotidiana scoperta del mondo e delle proprie competenze e per il genitore ciò si traduce nella necessità di offrirgli un ambiente fisico e affettivo protettivo e stimolante al tempo stesso. Il genitore impara, nel crescere la propria prole, a congedarsi dal proprio ruolo esclusivo di figlio e dunque di solo destinatario delle cure parentali, per accedere a quello di genitore, ovvero di fornitore delle cure e delle attenzioni. Questi primi momenti implicano, accanto alla gioia e alla meraviglia del partecipare allo sviluppo di un essere vivente e al dispiegarsi delle sue innate potenzialità, la perdita dei ritmi e delle libertà della vita precedente e la necessità di elaborare le emozioni connesse, che possono implicare anche irritazione e frustrazione.

Per la donna, in particolare, si presenta la necessità di individuare il giusto equilibrio tra maternità e vita professionale e non di rado questa esigenza smuove sentimenti di colpa e inefficacia, per la sensazione di non riuscire mai a fare abbastanza, ad arrivare ovunque, specie quando la personalità materna è caratterizzata da elementi di fragile autostima e da un ideale di sé troppo elevato o irrealistico.

I primi anni della vita di un bambino vedono poi il graduale ma inevitabile passaggio da una fase di totale dipendenza dal caregiver a una di maggiore autonomia. Nel periodo che va dai quattro - cinque mesi di vita fino circa al trentaseiesimo mese ha luogo quello che è stato definito processo di separazione e individuazione. Si tratta di un momento molto importante per la costruzione, nel bambino, di un’immagine di sé come individuo dotato di caratteristiche individuali uniche ed esclusive. Ciò può avvenire solo se, sotto lo sguardo attento di un adulto disponibile ma non intrusivo né eccessivamente ansioso o colpevolizzante, egli può sentirsi libero di esplorare l’ambiente circostante, staccandosi, seppure in maniera intermittente, da esso.

Questa necessità vitale del bambino spesso si accompagna a fenomeni di oppositività e ostinazione, i famosi “no” a prescindere o i “lo voglio” che non sentono ragioni e mettono a dura prova anche i genitori più pazienti. In questa fase il genitore deve elaborare una nuova tipologia di perdita: da un lato quella della simbiosi della fase precedente, impegnativa ma spesso gratificante, per accettare ed elaborare la separatezza e la separazione e anche accogliere una nuova versione del bambino, più volitiva, senza sentirsi da questi abbandonato, né attaccato. Per affrontare questa fase senza troppi intoppi è importante cercare di non perdere mai di vista gli obiettivi evolutivi che il bambino persegue attraverso gli strumenti che ha a disposizione e che in questa fase sono volti primariamente alla graduale assunzione, da parte sua, delle proprie caratteristiche individuali.

I GENITORI E LA SOCIALIZZAZIONE DEL BAMBINO

L’inizio della socializzazione del bambino, ovvero il suo ingresso alla scuola materna o, prima ancora, al nido, può far venire a galla eventuali difficoltà di separazione, che possono coinvolgere sia l’adulto che il bambino, essendo esse in genere legate agli stili di attaccamento, i quali tendono a trasmettersi a livello transgenerazionale.

L’attaccamento è quell’insieme di comportamenti che, sin dai primi momenti della nostra vita, mettiamo in atto per creare e mantenere un rapporto di prossimità con chi si prende cura di noi, al fine di garantirci protezione. Si tratta di una predisposizione innata, in quanto necessaria alla sopravvivenza. Il tipo di risposte prevalenti che riceviamo determina la rappresentazione di noi e dell’altro in interazione che interiorizziamo e tendiamo in seguito a riprodurre all’interno dei rapporti interpersonali successivi.

Se questo schema interiorizzato è segnato da elementi di criticità, questi possono emergere proprio in questo particolare momento della vita del bambino e/ o del genitore. Anche quest’ultimo, infatti, qualora non abbia risolto eventuali difficoltà legate alla propria storia di attaccamento, può vivere con sofferenza il distacco e gli spazi di autonomia del bambino, nonché l’ingresso nella sua vita di nuove figure di riferimento. Si tratta di accettare un nuovo tipo di perdita, quella di un rapporto esclusivo, per consentire al bambino di aprirsi al mondo e ampliare e arricchire la gamma delle proprie interazioni e dunque anche dei propri schemi relazionali interiorizzati.

ACCOMPAGNARE I FIGLI NEL PERCORSO SCOLASTICO

Le sfide che i genitori si trovano ad affrontare nel corso dei lunghi anni del percorso scolastico dei loro figli sono molteplici e non riguardano solo le questioni pratiche legate al supporto e alla motivazione ai compiti e allo studio. Essi devono di nuovo confrontarsi, sul piano emozionale, con una perdita, quella dell’immagine ideale del figlio, carica di tutte le attese e le speranze riversate su di lui, spesso residuo dei propri personali rimpianti e fallimenti, per accogliere la sua natura personale e unica. È infatti proprio nel confronto con le richieste della scuola che si esplicitano appieno le caratteristiche cognitive del bambino, i suoi specifici stili di apprendimento e anche le sue difficoltà, se presenti, che possono essere generalizzate o riguardare alcune aree specifiche.

Un modo costruttivo di affrontare le difficoltà che possono presentarsi è proprio quello di esplorare, se occorre affidandosi all’aiuto di figure professionali esperte, gli stili di
apprendimento del proprio figlio, al fine di aiutarlo a individuare il metodo di studio più funzionale al suo apprendimento, anziché arenarsi su modalità colpevolizzanti o svalutanti che possono inficiare pesantemente l'autostima del bambino e la relazione con i genitori, oltre che la motivazione allo studio.

ESSERE GENITORI DI UN FIGLIO ADOLESCENTE

Sono rari i genitori che non temono l’avvicinarsi dell’adolescenza dei propri figli. Si tratta indubbiamente di un passaggio delicato, che spesso mette a dura prova la tenuta del rapporto e la serenità della famiglia nel suo complesso. Ancora una volta occorre elaborare una serie di perdite: quella dell’immagine infantile del proprio figlio innanzi tutto, per adattarsi a una sua nuova versione e concedere adeguati livelli di autonomia e libertà di movimento, pur continuando a restare punto di riferimento, base sicura a cui egli senta di poter fare ritorno nei momenti di difficoltà.

L’adolescente oscilla a lungo, prima di poter spiccare definitivamente il volo, tra momenti di distacco, in cui l’investimento sulle figure genitoriali viene soppiantato da quello sul gruppo dei pari e momenti di riavvicinamento, specie quando si trova in difficoltà. È importante che in questi ultimi egli possa sentirsi accolto senza colpevolizzazioni, perché sviluppi una relazionalità libera da conflitti di lealtà verso le sue figure di riferimento. Anche i suoi atteggiamenti oppositivi vanno intesi, al pari di quanto accade nel bambino dei tre anni, come movimenti funzionali a un’autoaffermazione propedeutica alla costruzione della propria identità.

Certamente l’oppositività dell’adolescente fa uso di strumenti diversi e di più difficile gestione rispetto a quelli del bambino e a volte appare difficile per il genitore trovare la giusta misura tra il concedere la libertà richiesta e fornire la necessaria protezione, stabilendo regole a tutela del ragazzo e della famiglia senza sconfinare nell’oppressione.

Lo stesso ruolo di genitori viene a dover essere ridefinito, insieme alla loro stessa identità: l’adolescenza dei figli corrisponde in genere all’ingresso dei genitori nella fase della “mezza età”, il che implica a sua volta l’elaborazione della perdita della propria giovinezza. È un momento di “crisi evolutiva” che prelude a quella ridefinizione netta del rapporto genitore-figlio che si ha quando quest’ultimo raggiunge l’età adulta, momento in cui il genitore deve saper rinunciare al suo precedente ruolo educativo e di controllo per collocarsi su un livello più paritario, di scambio adulto-adulto.

IL RAPPORTO TRA GENITORI E FIGLI OGGI

La rivoluzione sessuale avvenuta a partire dagli anni ‘60 del secolo scorso e l’avvento dei metodi anticoncezionali più sicuri, disgiungendo la sessualità dalla procreazione, hanno fatto virare la percezione della genitorialità da evento naturale, espressione di un destino biologico, a scelta. Un tempo i figli erano artefici del significato della famiglia ed espressione della loro appartenenza a un gruppo sociale, mentre oggi appaiono soprattutto come il frutto di un desiderio e l’espressione dei significati che la coppia genitoriale plasma su di loro.

Poter scegliere la maternità e la paternità ha portato con sé, in una certa misura, l’illusione onnipotente di poter intervenire sulla natura stessa del figlio. A ciò si aggiunge il fatto che, nelle società occidentali, in un’epoca in cui la struttura allargata della famiglia si è gradualmente dissolta per lasciare spazio alla famiglia nucleare, il peso della responsabilità nella crescita dei figli, un tempo suddiviso tra tante diverse figure, si è concentrato esclusivamente sui genitori; ne deriva il progressivo diffondersi di uno stile genitoriale caratterizzato da elevati livelli di preoccupazione (“non riesco a farlo dormire”, “ non riesco a farlo mangiare”, “non riesco a calmarlo”), ma anche, non di rado, permeato da una dimensione narcisistica che, se nelle sue versioni più benigne configura una positiva forma di investimento dei genitori sui figli, in casi più estremi sconfina in sottili e dannose forme di pressione psicologica. I figli si trovano così a dover reggere il peso delle attese irrealistiche dei genitori, sviluppando un’immagine ideale di sé irraggiungibile, che li fa sentire costantemente inadeguati.

Qual è, dunque, il punto di equilibrio nel rapporto tra genitori e figli? Forse, per riprendere il tema del paradosso citato, potrebbe essere quello che implica la capacità di adattarsi alle successive fasi della crescita dei figli, accettando ed elaborando le perdite che questa comporta, senza mai abbandonare la fiducia nelle proprie capacità trasformative ma anche nell’innata spinta evolutiva dei figli, i quali, se non sono ostacolati nel loro percorso, si dirigono sempre verso una progressione armonica.

Dr.ssa Elena Verni - Centro Clinico SPP Milano età adulta

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