Effetti collaterali del Covid: ansia e solitudine

Credo che la tragica esperienza che tutti noi stiamo affrontando tocchi non secondariamente il tema dei rapporti umani e della capacità di stare soli con se stessi e insieme agli altri. La lettura del bel libro “Solitudini condivise. Esperienze cliniche in psicoanalisi” di Simone Maschietto, direttore del Centro Clinico, mi ha offerto alcuni spunti interessanti sulla relazione tra la situazione attuale e il problema della solitudine.

Si tratta di un testo molto particolare e originale, in cui s’indagano i vissuti di solitudine sia dei pazienti in terapia sia dello stesso psicoanalista. Durante la fase di lockdown, alcuni psicoanalisti e psicoterapeuti hanno raccontato e scritto del loro lavoro, spesso si è dovuto interrompere il percorso di trattamento in studio e, dove è stato possibile, sostituirlo con delle sedute via Internet. La gran parte ha evidenziato come i pazienti in analisi, benché persone magari sole oppure adolescenti in conflitto con la propria famiglia, abbiano risposto e fatto fronte con maggiore capacità e risorse interiori alla tragedia del Coronavirus.

Covid-19: quali possono essere le ripercussioni psicologiche?

Il Covid-19 si è abbattuto come uno tsunami causando conseguenze drammatiche non solo in ambito strettamente clinico o economico; purtroppo siamo ancora lontani dall’aver raggiunto la consapevolezza di quanto è accaduto. Penso che un vero e proprio lavoro di elaborazione del lutto di quanto ci è stato tolto ed è stato stravolto nella nostra quotidianità sia ancora in gran parte da affrontare. Si stima che quasi la metà della popolazione sia a rischio di tenuta della salute mentale, trovandosi in situazioni di grave stress sia esistenziale sia lavorativo, le cui ripercussioni psicologiche si manifesteranno sempre più severamente, con effetti patogeni non meno gravi dello stesso Coronavirus.

L’analisi dei dati della maggior parte delle ricerche, condotte in fase di lockdown e in quelle successive, evidenziano un medesimo quadro emergenziale, caratterizzato da preoccupanti aumenti dell’incidenza di disturbi da stress nella salute fisica e nella sfera psicologica. L’angoscia di convivere con un nemico invisibile e i mesi di isolamento forzato, con tutti gli effetti collaterali prodottisi nella vita di tutti i giorni e, in modo particolare, nell’ambito lavorativo, costituiscono un insieme di fattori che stanno minando le capacità di risposta e l’equilibrio psicofisico di moltissime persone, non soltanto di coloro che si sono trovate ad affrontare in prima persona o nelle persone più vicine il virus.

La “paura” di essere contagiati, che è stata inizialmente sottovalutata come se si trattasse di una comune influenza, ha avuto molteplici ripercussioni, spesso profonde e pervasive. Dal timore di poter contrarre il Covid, un pericolo e una minaccia specifici (tant’è che sono stati fobicamente proiettati nei Cinesi prima e negli Italiani in seguito, come se fossimo gli untori della peste nera), si è passati all’“angoscia” e all’“ansia”, sentimenti che non riguardano più un determinato oggetto da cui possiamo difenderci. Entrambi derivano dalla radice lessicale indoeuropea *anghu (da cui il greco angos e, successivamente, in latino troviamo angor, angustia, anxus, angulus...) che significa “stringere” nel senso di strangolare, soffocare. Nella lingua greca, che contiene i significati più profondi delle nostre parole, la presenza delle gutturali (la consonante “g”) rende concretamente l’idea dell’impossibilità di respirare, come se qualcosa stringesse la gola o opprimesse il petto.

Paura, ansia e angoscia: Jaspers, Freud e la psicologia contemporanea

 

È stato K. Jaspers il primo a distinguere le due forme di malessere in relazione alla differente manifestazione somatica (oppressione stenocardica nell’angoscia e di soffocamento negli stati d’ansia) e a considerale dei sentimenti senza un oggetto di riferimento, come invece accade quando si ha paura di qualcosa e si mettono in atto delle strategie di evitamento. La ricerca psicologica contemporanea, invece, raggruppa in una stessa famiglia paura, ansia e angoscia in base alle osservazioni comportamentali, agli studi etologici e alla risposta a determinate terapie farmacologiche. Diversamente, Freud, come già Jaspers, indaga le molteplici espressioni cliniche dei vissuti d’ansia, la quale è sì la causa comune di differenti situazioni di malessere, ma ognuna di esse presenta caratteristiche specifiche in relazione
all’individualità di ciascuna persona.

Per Freud l’ansia è una fisiologica reazione di sopravvivenza, un allarme del nostro istinto di autoconservazione, una difesa dai pericoli provenienti dal mondo esterno e dal nostro mondo interno, anticipando un pericolo non ancora presente. Ne traccia un percorso evolutivo, dall’ansia “segnale” che ci mette in guardia da possibili minacce ai livelli più “arcaici”, in cui viene meno la sua funzione difensiva, fino a essere travolti dalla propria emotività poiché non è possibile un lavoro psichico in grado di trasformare ed elaborare i vissuti di angoscia. Come, ad esempio, nelle nevrosi di guerra, di cui Freud si è occupato e che oggi sono denominate come “disturbi post-traumatici”, nelle quali la persona è inchiodata al momento del trauma, continuamente rivissuto, nei casi più gravi, nella realtà, oppure, in quelli di minore gravità, nei sogni traumatici.

 

Conclusioni

Molti si chiedono se l’avvento di questo virus, con tutte le incognite che porta con sé, possa essere considerato un vero e proprio trauma vista l’incidenza dei disturbi d’ansia e di molteplici manifestazioni reattive e di alterazioni psicopatologiche vicine alla sintomatologia post-traumatica (disturbi del sonno, sogni stressanti ricorrenti, marcata reattività fisiologica, irritabilità, disfunzioni cognitive, ricadute depressive ecc.).

Non penso che si possa parlare di un trauma nel senso più specifico del termine, credo piuttosto che si sia presentata una situazione più o meno traumatica a seconda dei differenti contesti. Lo si è visto, ad esempio, nelle terapie dei pazienti, nello smart working oppure nella didattica a distanza degli studenti, dai più piccoli fino ai livelli superiori. Tutte quelle situazioni caratterizzate, ognuna a suo modo, da relazioni o modi di funzionamento non separati dagli altri o con distorte modalità relazionali che ostacolano lo sviluppo di una buona solitudine, ovvero la capacità creativa di stare con sé stessi, hanno presentato sofferenza e disregolazioni emotive e psichiche. La nostra identità, tema di cui si occupa la psicoanalisi, è il frutto di complessi rapporti esterni e interni con le persone più significative della nostra storia. Un evento è piu o meno stressante non solo per l’oggettività reale ma anche per le capacità emotive e cognitive di elaborazione dell’evento medesimo.

Saper godere e fare affidamento su una buona solitudine significa aver interiorizzato delle figure di riferimento che ci possono offrire sostegno e capacità di risposta nei momenti più difficili, in cui si è soli ad affrontare la propria esistenza. Sono quelle figure che formano il nostro mondo interiore e che attraverso un percorso di analisi vengono messe in comunicazione tra di loro, dando vita e motilità, trasformandoli, a scenari psichici bloccati, congelati oppure frammentati.

A proposito del libro scritto dal dr. Maschietto, vi invito a leggere l'articolo intitolato: "Solitudini condivise. Esperienze cliniche in psicoanalisi".

Dr. Luca Paganoni - Centro Clinico SPP età ad. Milano