Autostima e vergogna: come aumentare la fiducia in sé?

Se digitiamo la parola “autostima” in Internet compiano pagine e pagine di siti che si occupano dell’argomento. Basta sfogliare un periodico o un quotidiano per trovare un articolo, un quiz o qualche gioco che ci aiutano a conoscere e a valutare la nostra autostima. Abbondano esperti che ci invitano a fare “test” per misurarla, ci suggeriscono come allenarci per “aumentarla”, ci svelano le “regole d’oro” per averne una buona. Se c’è una tale sovrabbondanza di offerta, ci sarà anche una corrispondente quantità di domanda, secondo la legge di base del mercato, dove domanda e offerta trovano un loro equilibrio. Tuttavia, nella lettura psicoanalitica sono pochi gli studi che si sono occupati, in modo specifico, dell’autostima e della sua controparte: la vergogna.

La società depressiva e la svalorizzazione del Sé

In un bel libro di qualche anno fa (“Perché la psicoanalisi?”, Editori Riuniti, 2000) E. Roudinesco ha definito “depressiva” la società contemporanea. Dopo il tramonto di ogni ideologia e religione, una nuova forma di religione ha, ormai da decenni, monopolizzato la nostra esistenza: la rincorsa al successo e l’individualismo. In questa società “liquida”, per usare la fortunata espressione di Baumann, in cui ogni argine di riferimento è stato travolto, seguiamo l’illusione di una libertà senza alcun limite, di “un desiderio – direbbero gli psicoanalisti – senza conflittualità”. Sono questi temi di cui la sociologia contemporanea si è occupata moltissimo. È interessante soffermarsi sulle conseguenze psichiche che tutto ciò comporta.

Noi oggi viviamo in questo paradosso: il culto della personalità, l’idolatria del Sé sembrerebbero rispecchiare una debolezza costituzionale del nostro mondo interno. Le richieste di cure e d’interventi per depressione stanno divenendo sempre più numerose, fino a conseguire il drammatico primato di malattia più invalidante in assoluto. Com’è possibile?

Molti disagi di natura depressiva rivelano una profonda difficoltà nel raggiungere e sviluppare una solida e compiuta identità personale. In particolare, ciò lo vediamo in quei momenti di passaggio esistenziale, oggi sempre più dilatati e difficilmente definibili, quali l’adolescenza, la mezza età e l’ingresso nella vecchiaia. Il proprio Sé, ingaggiato in una ripetuta e continua ricerca di “valore” come unica fonte di autoconservazione, non può che mistificare i propri limiti, nonché le inevitabili cadute che l’esistenza fisiologicamente incontra. Le sofferenze di tutti i giorni, le difficoltà della vita sono bandite, messe da parte, il che comporta, a lungo andare, l’impossibilità di farvi fronte.

Così, basta poco perché un semplice evento o una determinata situazione abbiano ricadute “depressogene” sulla personalità, spogliandola o svuotandola, mettendone a nudo la fragilità e la deficitaria consistenza che si celano sotto la sua superficie. Allora, come gli eroi dei romanzi di Dostoevskij, queste fragilità vengono rovesciate in un superamento grandioso, e chiunque può essere Dio. Se Dio non esiste, allora tutto è possibile. Si tratta di un progetto infantile, megalomanico, la cui impossibile realizzazione non può che provocare la vergogna di essere quello che non si è, come il bambino che s’illude di essere già grande, cioè uguale ai suoi genitori.

La vergogna di essere

Il risultato è quello di una identità tanto debole, senza punti di riferimento, spaesata, quanto bisognosa di rivalutazione e di apprezzamenti, alla ricerca di performance che aumentano l’autostima e alimentano il culto della personalità. A fondamento di questo circolo vizioso c’è un problema: se si vuole imparare a camminare con le proprie gambe è altrettanto necessario imparare a cadere, e se non ci sono cadute è perché qualcuno ci sta sorreggendo. Questa confusione tra il sé e l’altro impedisce e, per questo stesso motivo, protegge dal riconoscere chi realmente siamo, di che pasta siamo fatti. La consapevolezza di sé diventa difficilmente tollerabile quando si rompono questi rapporti che garantiscono una protezione da situazioni che altrimenti sarebbero troppo dolorose e angoscianti da sopportare.

Questa consapevolezza di sé, così lacerante e cocente nei vissuti di vergogna, riguarda sentimenti che mettono in movimento un’aggressività che fa paura, potenzialmente così distruttiva che potrebbe minacciare l’integrità stessa della personalità. Ne sono un esempio situazioni in cui ci si sente così profondamente offesi o umiliati che l’immagine di noi stessi ci appare non all’altezza, in difetto o persino deteriorata, qualcosa da cui è necessario difendersi. Tali sentimenti, avvertiti come molto intensi e profondi, il più delle volte non trovano una forma d’espressione perché inaccessibili alla coscienza. Perciò si fugge da questi e, allo stesso tempo, da noi stessi e da ciò che proviamo alla ricerca di un “rifugio”, così l’ha chiamato J. Steiner (“L’angoscia di essere visti: orgoglio narcisistico e umiliazione narcisistica”, 2011). Si tratta di relazioni interpersonali che mettono al riparo l’integrità e l’equilibrio di personalità incerte e insicure, nelle quali le dinamiche e i confini del Sé e degli altri sono poco definiti, fino a perdersi e a confondersi.

Quando questi luoghi di protezione s’indeboliscono o crollano, ci si trova impreparati ed esposti a una realtà che ci vede allo scoperto, in cui ci si sente “giudicati” e “osservati”. Allora, ad esempio, si fa ricorso all’ammirazione degli altri, nel tentativo di ripristinare l’autostima e il proprio orgoglio. Oppure, l’esperienza di disagio viene ribaltata, esibendo una superiorità sugli altri, trattandoli così come ci si sente trattati, fino a umiliarli, guardandoli dall’alto in basso. Tutto ciò può essere temporaneamente di grande aiuto, ma si tratta solo di un’illusoria autosufficienza narcisistica. Benché offra un rifugio inattaccabile, il prezzo da pagare, a lungo andare, risulta essere molto più salato di quanto possa essere fonte di sofferenza la realtà da affrontare. In realtà, se non si cammina con le proprie gambe vuol dire che o non ci si muove e si è bloccati o, se è possibile camminare, lo si può fare soltanto grazie a qualcun altro.

E il provare vergogna è un sentimento di sé che riguarda questa impasse esistenziale, rivelando l’inadeguatezza rispetto alle aspettative altrui o che noi stessi abbiamo. Anche quest’ultime sono spesso frutto di attese e aspettative di altri, che hanno caratterizzato la nostra storia e il nostro processo identitario. Non ci si vergogna “per qualcosa” o “di qualcosa”, ma ci “si” vergogna: un sentimento che riguarda l’identità, ciò che si è, una “ferita dell’essere”, come l’ha definita André Green.

Il mito biblico della caduta

Quando si prova vergogna, si dice che si vorrebbe sprofondare sottoterra, spesso si abbassa lo sguardo, come se non vedere gli altri permettesse di non essere visti. Se c’è “qualcosa” di cui ci “si” vergogna, questo è il proprio corpo: “Si aprirono gli occhi di ambedue e conobbero che erano nudi; perciò cucirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture” (Gen. 3, 7). La vergogna, dice G. Kaufman (“La vergogna”, Seminario Centro Italiano di Psicologia Analitica, 2014), riprendendo la cacciata dal Paradiso terrestre, è il sentimento della “caduta originale”: la consapevolezza di sé, il vedere e l’essere visti sono tra loro intrecciati fin dall’inizio dei tempi. Come narra il mito biblico della cacciata dall’Eden, l’esposizione allo sguardo dell’altro e la coscienza della propria nudità sono la conseguenza della perdita di un luogo di protezione. Il proprio corpo è l’oggetto per antonomasia della vergogna, perché è il modo con cui ci diamo e ci esponiamo allo sguardo dell’altro e, allo stesso tempo, il terreno su cui si fonda il senso della nostra identità.

Il corpo e i suoi affetti, sorgenti e fondamenta sui cui poggia il nostro funzionamento mentale e relazionale, sono espressioni dei nostri limiti, della nostra impotenza e vulnerabilità, in sostanza espressioni del nostro bisogno di dipendenza dagli altri che sta alla base e permette lo sviluppo del senso d’identità. Quanto più questa dipendenza non è tollerabile, tanto più quel giudice interno, che dovrebbe consigliarci e proteggerci osservando e valutando ciò che facciamo, si trasforma in un governatore dispotico e tirannico. È l’erede delle prime relazioni di accudimento: può essere giusto, attento, prendendosi cura di noi come hanno fatto un tempo i nostri familiari, così come oltremodo severo e intransigente, fino a trasformarsi in un vero e proprio persecutore. È come se qualcuno dentro di noi dicesse: “Devi avere successo ... Devi essere il migliore di tutti”, richieste che possono tramutarsi in minacce o attacchi che rimandano un’immagine di sé difettosa, inadeguata, inaccettabile.

Che fare, dunque, quando la domanda di cura riguarda la mancanza di fiducia?

Credo che su questo punto possiamo vedere meglio la specificità di una terapia psicoanalitica rispetto sia ad altre forme d’intervento psicoterapeutico, più o meno di supporto, sia ai tantissimi percorsi di training offerti oggi sul mercato, che promettono di realizzare qualunque desiderio.

Non si tratta tanto di ristabilire una buona autostima, aumentando la fiducia in se stessi, per quanto in alcuni casi sia necessario e di grande efficacia terapeutica, quanto piuttosto di provare a comprendere che cosa impedisce a quella determinata persona che ci chiede un aiuto di camminare con le proprie gambe. Gli scenari possibili sono molteplici. Per stare nella metafora, dobbiamo, per esempio, chiederci se quella persona ha le gambe oppure se sono atrofizzate, o magari se è sorretta da altri e ora si trova da sola, senza un punto d’appoggio, e via dicendo. E le risposte di cura saranno altrettanto differenziate e specifiche: se non possiede proprie gambe allora queste andranno fatte, se invece non le utilizza andranno sbloccate e così via. Non esistono scorciatoie, né ci sono menù o ricette già pronte, così come decaloghi da seguire. Come insegnava Guido Medri, si tratta di lavorare come mastro Geppetto, vedere cioè se dal ceppo di legno è possibile scolpire ciò che manca o se va fatto tutto da capo. Tutto questo richiederà un percorso di cura che impegnerà a fondo terapeuta e paziente, poiché sarà necessario affrontare dinamiche e sentimenti che coinvolgono l’essere di una persona più che il suo fare, con una rabbia potenzialmente distruttiva soprattutto verso se stessi.

L’esperienza della vergogna è un’emozione dolorosa, spesso così intensa e lacerante da non essere tollerabile, ma proprio per questo si tratta di una ferita che può offrire, all’interno di un percorso di cura psicoanalitico, la possibilità di entrare in contatto con la struttura che fonda la nostra identità, con ciò che è autenticamente nostro per acquisire la consapevolezza che siamo delle persone uniche e sole in rapporto ad altri, differenti da noi.

Dott. Luca Paganoni - Centro Clinico SPP Milano età dell'adulto