Mio figlio soffre di attacchi di panico: cosa fare?

È esperienza sempre più frequente incontrare persone che, anche in età adolescenziale, soffrano o abbiano sofferto di attacchi di panico. Il disturbo da attacchi di panico è infatti molto comune e, sebbene desti in genere grande preoccupazione e senso di impotenza in chi ne soffre, per via della natura imponente delle sue manifestazioni, è un disturbo che può essere affrontato e curato.

Esso rientra tra i disturbi d’ansia e ne rappresenta l’espressione più “concentrata”, in quanto gli episodi, che in genere insorgono in modo inatteso e apparentemente immotivato, durano in genere solo pochi minuti, ma causano una forte angoscia, essendo accompagnati da intensi sintomi fisici, quali ritmo respiratorio alterato, vertigini, sudorazione, tremore, tachicardia o anche nausea e dolori al petto, tanto da trasmettere a chi li sperimenta una travolgente sensazione di morte imminente e il timore di non essere più in grado di esercitare il controllo sul proprio corpo e sulla propria mente. Questa paura di morire si rivela particolarmente invasiva in adolescenza, quando non sono ancora consolidate appieno quelle risorse cognitive ed emotive che all’adulto possono consentire di circoscrivere e contestualizzare un evento.

LE POSSIBILI CONSEGUENZE DI UN DISTURBO DA ATTACCHI DI PANICO TRASCURATO

Spesso l’attacco di panico può essere accompagnato e seguito dalla paura di restare intrappolati in un luogo o di poterne uscire solo con estremo imbarazzo. La sua insorgenza imprevedibile e apparentemente immotivata può così facilmente dare avvio a una condizione di ansia anticipatoria, in quanto la persona che ha sperimentato una tale esperienza tende a vivere, in seguito, con la costante preoccupazione di quando e dove si manifesterà nuovamente, con la conseguente messa in atto di condotte di evitamento di luoghi o situazioni in cui l’attacco potrebbe riproporsi, specie se si tratta di situazioni e luoghi dai quali potrebbe risultare difficile sottrarsi, come mezzi di trasporto o ambienti chiusi o affollati. In alcuni casi la persona che soffre di attacchi di panico può inoltre invocare la presenza costante di persone rassicuranti che lo accompagnino e gli offrano protezione.

Sia l’evitamento di luoghi e situazioni considerati pericolosi rispetto al possibile insorgere dell’attacco sia la ricerca costante della presenza di una figura di supporto, se da un lato offrono conforto e rassicurazione, dall’altro finiscono con il limitare pesantemente la vita quotidiana e l’autonomia e ciò, specie negli adolescenti, per i quali la socialità e l’autonomizzazione sono parte integrante e fondamentale del processo di crescita, rischia di rappresentare un ostacolo particolarmente invalidante.

Per queste ragioni l’insorgere di disturbi d’ansia e attacchi di panico in adolescenza è un fenomeno che non va sottovalutato o trascurato, ma affrontato con i giusti strumenti. È importante non minimizzare le preoccupazioni del ragazzo o della ragazza, perché si rischia di trasmettere l’idea che il disagio che vive, non essendo giustificato da elementi esterni oggettivamente comprensibili, non sia legittimo; ciò può generare o accrescere vissuti di inadeguatezza e inefficacia che andrebbero a minare l’autostima. Dannoso si rivela anche ricorrere a premature e limitanti etichette patologizzanti, tralasciando di considerare le risorse che il giovane esprime e può mettere in atto. Importante è invece attivare, con l’aiuto di una persona esperta, una riflessione sul significato adattivo che ogni sintomo assume per l’equilibrio psichico della persona. Tale significato è ciò che va compreso per poter affrontare e curare il disturbo da attacchi di panico. Ogni sintomo andrebbe infatti inteso come un messaggio in codice che la nostra parte inconscia ci trasmette per segnalarci la presenza di un disagio di cui la persona può essere più o meno consapevole e che spesso, per ragioni varie, non trova espressione nelle parole. Ricordo, infatti, che la maggior parte delle attività che si svolgono nella nostra mente percorrono vie che non giungono alla consapevolezza e il funzionamento conscio rappresenta solo la “punta dell’iceberg”. Per questa ragione non basta, come molti purtroppo credono, la sola forza di volontà per superare un disagio psicologico.

ANSIA E ATTACCHI DI PANICO IN ADOLESCENZA: LE SPECIFICITÀ

Del significato del sintomo va tenuto particolarmente conto in una fase di vita così peculiare quale è l’adolescenza, in cui il confine tra normalità e patologia è spesso sfumato e ogni etichetta assegnata finirà inevitabilmente per influire sull’identità in costruzione, la cui definizione rappresenta il traguardo principale del lungo e articolato percorso di crescita che traghetta l’adolescente dall’età infantile a quella adulta. Tale processo implica uno stato di vulnerabilità fisiologica, in quanto rappresenta una cosiddetta “crisi normativa”, obbligando a una rottura con il passato che, nella transizione tra le due fasi di vita, obbliga a sperimentare un senso di discontinuità con la propria identità passata e a tollerare la sospensione e l’incertezza rispetto alle realizzazioni future.

Dalla comparsa dei primi segni di maturazione puberale, intorno agli 11-12 anni (anche prima per le femmine, un po’ più tardi per i maschi), fino al reperimento stabile di una propria collocazione sessuale, sociale e produttiva, intercorre infatti un lungo periodo di ricerca e costruzione della propria identità che investe tutti gli aspetti della persona, dallo sviluppo corporeo a quello cognitivo, a quello affettivo e relazionale. Nel corso di questo percorso l’adolescente è chiamato ad affrontare numerosi compiti evolutivi, che possono facilmente generare ansia e stress: sul piano corporeo deve mentalizzare le profonde trasformazioni che lo investono e che talvolta, procedendo spesso la crescita a scatti, obbligano al confronto con un corpo temporaneamente disarmonico. Anche i nuovi strumenti cognitivi di cui il giovane è ora dotato, se da un lato gli offrono l’euforia dell’accesso ai nuovi orizzonti dischiusi dal pensiero astratto, dall’altro lo avvicinano in maniera più realistica al senso del limite imposto dalle scelte che necessariamente dovrà compiere e che lo confronteranno con la realtà della perdita di alcune possibilità in favore di altre. Orientarsi all’interno di una nuova realtà affettiva e relazionale che includa la sessualità, con la sua intensa spinta pulsionale, rappresenta un altro compito complesso, che, dopo possibili momenti di incertezza e sperimentazione, si dovrebbe concludere con la definizione stabile della propria identità di genere e del proprio orientamento sessuale.

Non deve dunque stupire se, proprio in una fase di vita così complessa e articolata, quando ancora non si è raggiunto un senso stabile di continuità e coerenza interna, il malessere possa esprimersi anche attraverso l’attacco di panico già in bambini di 12 anni, magari scatenato da situazioni scolastiche o sociali che riattualizzano traumi infantili o conflitti interni non risolti (ad esempio tra bisogno di autonomia e bisogno di dipendenza o tra rabbia e senso di colpa ecc).

ATTACCHI DI PANICO IN ADOLESCENZA: COME INTERVENIRE

Una volta individuata la presenza di questo disturbo, l’adulto dovrebbe innanzi tutto tranquillizzare il ragazzo circa la sua natura prettamente psichica e dunque sul fatto che, da un lato, non sia in pericolo di vita, dall’altro sia trattabile attraverso un adeguato percorso psicologico. Questo perché, sebbene l’adolescente manifesti in genere forti spinte verso l’autonomia che possono anche, a volte, assumere contorni aggressivi nei confronti degli adulti, egli ha in realtà ancora un grande bisogno di contenimento e sicurezza da parte di quella base sicura che è rappresentata dalla sua famiglia e dalle sue figure di riferimento. Occorre poi, innanzi tutto, effettuare un accurato assessment che consenta di individuare, a partire dalla situazione attuale all’interno della quale il sintomo è insorto, le strade da percorrere per comprendere il senso che esso esprime.

Spesso ricorre, in chi sperimenta vissuti d’ansia, un’affettività dominata dalla paura e da un’idea interna di fragilità ed esposizione, ma va chiarita con precisione quale tipo di ansia si stia esprimendo attraverso l’attacco di panico, se ad esempio essa sia più legata a situazioni di perdita e separazione dalle figure affettivamente importanti, a vissuti di colpa consci o inconsci, che possono evocare il rischio di perdita della stima e dell’amore altrui, ovvero a preoccupazioni legate alla prestazione, ad esempio scolastica, situazione frequente quando gli attacchi di panico si manifestano a scuola. Comuni possono essere anche preoccupazioni legate alla propria immagine e connessi vissuti di vergogna e inadeguatezza, molto stimolati, nell’adolescente, sia dalle trasformazioni corporee in atto sia dalla cultura edonistica e narcisistica in cui, nell’epoca dei selfie e dei social, siamo immersi. Anche il timore di perdita del controllo e dell’autoregolazione, poi ulteriormente alimentato dall’attacco di panico, a formare un circolo vizioso, può facilmente rientrare tra le angosce sottostanti. L’approccio psicologico e psicoterapeutico può essere integrato, qualora si renda necessario, con un eventuale supporto farmacologico, che però non andrebbe considerato come forma esclusiva e sufficiente di trattamento, ma come ausilio in grado di alleviare la componente sintomatica, ma non di eradicare il disturbo nella totalità delle sue componenti.

Che il disagio espresso dal disturbo da attacchi di panico sia transitorio ed evolutivo, cioè connesso a una fase di crescita fisiologica, oppure più stabile e strutturato e dunque sintomo di aree sottostanti di sofferenza, deve essere sempre oggetto di accurata indagine. Il primo obiettivo di un percorso diagnostico svolto da un professionista con un adolescente è infatti proprio quello di distinguere le situazioni di disagio che possono rientrare in un normale processo di crescita e per le quali può rivelarsi sufficiente un breve lavoro di inquadramento e supporto svolto con il ragazzo e la famiglia o, talvolta, solo con quest’ultima, da quelle che richiedono un intervento più intensivo e strutturato, volto sia a ridurre il disagio soggettivo, sia a impedire una stabilizzazione del sintomo.

A cura della dottoressa Elena Verni, Centro Clinico SPP Milano età adulta

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