Psicologia sociale e psicoanalisi: studi ed esperimenti

La psicoanalisi in dialogo con la psicologia sociale: sguardi sperimentali sulla natura umana

Nel percorso universitario l’esame di psicologia sociale è uno di quelli solitamente vissuti come un oppressivo male necessario e i voluminosi libri che descrivono, attraverso decine di studi sperimentali, i meccanismi sottostanti fenomeni quali i processi di attribuzione e categorizzazione, gli atteggiamenti e i comportamenti gruppali e collettivi sembrano fatti per giacere in compiaciuto oblio sui ripiani più alti della libreria. Ma negli anni tante volte mi sono tornati alla mente alcuni di questi studi e spesso mi hanno illuminata sui fenomeni intra e inter-personali con i quali mi sono confrontata.

Quando una persona si rivolge a uno psicoterapeuta per chiedere aiuto ha spesso già percorso varie strade per affrontare il proprio malessere e la prima di queste è solitamente quella del far leva sul ragionamento e sulla forza di volontà, con il risultato che il malessere psicologico viene vissuto come una “falla nel sistema”, che aggiunge al disagio dei sintomi quello del senso di inadeguatezza per non essere in grado di superarli. Ma in realtà le varie forme di sofferenza psicologica rappresentano anche e soprattutto un segnale che ci indica la presenza, accanto alla nostra natura di esseri razionali, di una seconda dimensione, più irrazionale o, per dirla in termini psicoanalitici, inconscia.

Se infatti la psicologia, nelle sue diverse declinazioni, ha osservato l’uomo sotto vari punti di vista, mettendo in luce i diversi fattori interni e ambientali che concorrono alla costruzione della personalità e alla generazione del disagio psicologico, l’intuizione di Freud circa la presenza nella mente di una dimensione inconscia preponderante rispetto a quella conscia e di istanze interne opposte in conflitto tra loro, resta un concetto di fondamentale importanza, che si integra, attraversandole, con tutte le successive visioni dell’uomo.

La psicoanalisi ha esplorato la natura umana nei diversi contesti in cui essa si esprime e quelli sociali non hanno fatto eccezione. La visione psicodinamica dell’individuo, cioè l’idea che la mente sia caratterizzata da un intreccio di forze che possono interagire o essere in conflitto tra loro e sono in crescita e trasformazione continua, è in grado infatti di spiegare non solo i fenomeni intrapersonali, ma anche molte esperienze che coinvolgono i gruppi sociali e lavorativi, le organizzazioni e le società in senso ampio. Il primo a interessarsene fu proprio Freud nella sua opera "Il disagio della civiltà", ma molti altri autori hanno analizzato le varie espressioni micro e macro del sociale in ottica psicoanalitica. Di estremo interesse risultano, ad esempio, i lavori di Bion sugli stati emotivi regressivi che si attivano all’interno dei gruppi, quelli di Hinselwood sulle organizzazioni lavorative come sistemi di difesa, quelli di Fornari sulla guerra come difesa paranoide dalle angosce di morte, solo per citarne alcuni.

Psicologia sociale: che cos'è e quali sono i suoi ambiti di studio?

Ma le teorie psicoanalitiche sono, per loro natura, modelli astratti, seppure ampiamente visibili nelle loro manifestazioni concrete e la psicologia sociale, con il suo rigoroso impianto metodologico sperimentale, ha in fondo fornito a molte di queste intuizioni uno spessore di dimostrabilità e riproducibilità. Essa ci ha illustrato, osservando il comportamento umano in svariate circostanze sociali, come e quanto la nostra natura irrazionale si esprima nella quotidianità, generando, su scala interpersonale, gruppale e sociale, fenomeni singolari, spesso controintuitivi e talvolta francamente inquietanti.

In termini generali potremmo affermare che la psicologia sociale, riprendendo e ampliando gli studi e le conoscenze di discipline attigue quali la filosofia, la sociologia, l’etologia e l’antropologia culturale, studia il modo in cui l’attività mentale degli individui viene condizionata dalla realtà sociale. Gli ambiti da essa esplorati sono innumerevoli, spaziando dai processi cognitivi a quelli emotivi, al linguaggio, alla comunicazione ecc.

Mentre un vasto filone della psicologia sociale americana, in un’ottica pragmatica che affonda le proprie radici nella cultura calvinista e individualistica, si è inizialmente concentrata su aspetti intraindividuali, quali lo studio degli atteggiamenti e del loro rapporto con i comportamenti, al fine di individuare i meccanismi alla base delle scelte d’acquisto o di voto, quella europea del secondo dopoguerra si è interrogata soprattutto su quali processi psicologici avessero reso possibili le atrocità a cui il mondo aveva assistito nei primi decenni del Novecento. Si è dunque concentrata sulle relazioni intergruppi, sul conflitto e sul cambiamento sociale, temi a cui si connettono concetti chiave quali quelli di stereotipo, pregiudizio, conformismo, stigmatizzazione delle minoranze, obbedienza cieca all’autorità. Gli studi di psicologia sociale hanno prodotto risultati spesso sorprendenti, che forniscono, in linea con le teorie psicoanalitiche, un’immagine dell’uomo come di un essere non così sociale e razionale, bensì spesso governato da tendenze aggressive e regressive.

Uno dei primi concetti che vennero formulati per comprendere il funzionamento dell’individuo nei rapporti sociali è quello di errore fondamentale di attribuzione proposto da Heider, secondo cui l’uomo si comporta, quando cerca di comprendere le cause di un evento, come uno scienziato ingenuo che tende a suddividere ciò che determina i fatti in fattori interni (personalità, umore, inclinazioni) ed esterni (contesto, influenze situazionali), ma con una tendenza distorta (più attiva nelle società individualistiche rispetto a quelle collettivistiche) a sovrastimare i primi nello spiegare il comportamento altrui e i secondi nel giustificare il proprio. Ciascuno di noi è costantemente impegnato nel tentativo di mantenere una coerenza interna e ciò significa ridurre la dissonanza cognitiva proveniente dai dati esterni attraverso un’operazione di filtraggio selettivo delle informazioni in contrasto con i propri comportamenti. Tale necessità va considerata quando si affronta il tema della formazione degli atteggiamenti e del loro rapporto con i comportamenti. Gli atteggiamenti sono i modi che abbiamo di osservare e giudicare la realtà e si costruiscono grazie a un mix tra esperienze dirette ed esperienze socialmente mediate.

Stereotipi e pregiudizi

Gli atteggiamenti si rivelano decisamente resistenti al cambiamento e quelli più rigidi e tenaci sono gli stereotipi e i pregiudizi. I primi sono attribuzioni generalizzate di alcuni tratti o caratteristiche a tutti i componenti di un gruppo basati su categorizzazioni rigide. Essi rientrano nella tendenza della nostra mente a costruirsi immagini semplificate della realtà, basate su scorciatoie cognitive finalizzate a semplificare i problemi e assumere decisioni.

Gli stereotipi tendono a rafforzare l’identità del gruppo che li produce, in quanto differenziano positivamente il noi dall’altro da noi e rappresentano dunque il principale fenomeno di economia cognitiva e di errore fondamentale di attribuzione. Essi rappresentano inoltre il nucleo cognitivo su cui poggiano i pregiudizi, ovvero quei giudizi che si esprimono su un individuo in base alla sua appartenenza a un gruppo sul quale si possiedono convinzioni stereotipate. La rigidità dei pregiudizi, come hanno dimostrato gli studi di Allport e Portman sulla percezione di chi, tra un bianco e un nero, sia l’aggressore o la vittima in situazioni ambientali sperimentali, oltre a resistere all’evidenza dei fatti, influisce sulle percezioni e sulla rievocazione dei ricordi.

Stereotipi e pregiudizi si strutturano in opinioni, che spesso assumono una forma condivisa, divenendo senso comune e caricandosi di una forza tale da finire per costruire la realtà, oltre che descriverla.

Ciò ci conduce agli studi sul funzionamento dei gruppi dal punto di vista dell’identità sociale e delle dinamiche noi-loro. La nota tendenza degli individui al conformismo venne indicata da Freud come la “miseria psicologica della massa”. Egli notò come essa sia maggiormente accentuata nei contesti in cui il legame sociale è caratterizzato da una forte identificazione reciproca tra i membri di una comunità. In un interessante studio del 1954 Sherif osservò come in due gruppi di ragazzi impegnati in un campo estivo l’assegnazione di compiti che creavano competizione tra i due gruppi aumentavano sia la coesione interna sia l’ostilità intergruppi, mentre, viceversa, quando i compiti divenivano cooperativi diminuivano tali tendenze.

Ciò conferma la tesi, avvalorata da numerose evidenze storiche, dell’utilità del nemico per favorire la coesione interna dei gruppi sociali. Da qui la funzione del capro espiatorio, a cui tutte le società hanno sempre fatto ricorso, dagli antichi Greci, con la cacciata rituale del Pharmakos, fino ai giorni nostri, con gli immigrati, passando per le streghe, gli eretici, gli Ebrei e gli zingari, solo per citarne alcuni. Il capro espiatorio è dunque per ogni gruppo, piccolo o grande, il male e l’antidoto a esso, in quanto consente di convogliare su un singolo elemento sacrificale tutta l’angoscia e l’aggressività che si produce all’interno della società, al fine di ripristinarne l’ordine.

Psicologia sociale: gli esperimenti di Milgram e Zimbardo 

Ancora una volta la dimensione irrazionale, inconscia, prevale, soprattutto nei contesti collettivi, su quella conscia e lo può fare in modi anche violenti. La psicologia sociale ha tentato, con studi ingegnosi, di comprendere i meccanismi all’origine dei comportamenti devianti, producendo risultati spesso sconcertanti. Tra i più noti vi è l’esperimento del 1961 in cui Milgram, camuffando per ricerca sulla memoria e l’apprendimento uno studio volto a esplorare i comportamenti di obbedienza all’autorità, scoprì che una percentuale sorprendentemente elevata di soggetti era capace, per eseguire quanto richiesto da uno sperimentatore reputato figura autorevole e con il solo scopo esplicito di verificare le capacità di apprendimento di coppie di nomi da parte di alcuni complici dello sperimentatore, di somministrare loro scosse che credeva essere potenzialmente mortali. Ciò dimostra quanto la forza della pressione sociale esercitata da un’autorità che si ritiene legittima generi uno stato di subordinazione e deresponsabilizzazione.

Ma un esperimento ancor più interessante fu quello compiuto da Zimbardo dieci anni dopo allo scopo di comprendere come le condizioni ambientali influiscano sull’espressione della violenza. Egli riprodusse nei sotterranei dell’università di Standford un ambiente carcerario, suddividendo casualmente 24 studenti volontari in due gruppi: un gruppo doveva impersonare i carcerati e l’altro i carcerieri. L’appartenenza a un gruppo o all’altro veniva definita attraverso l’assegnazione di capi di abbigliamento distintivi. L’esperimento dovette essere interrotto dopo soli 6 giorni a causa del livello incontenibile delle violenze che si erano prodotte e Zimbardo si convinse a pubblicarne i risultati solo 30 anni più tardi, dopo avere assistito con preoccupazione ai comportamenti messi in atto dai carcerieri di Abu Grahib.

Chiamò l’insieme di tali fenomeni “effetto Lucifero” e concluse che tale effetto, che di fatto dimostra in maniera inequivocabile l’influenza del condizionamento sociale sulle persone, da esso portate ad agire in modi molto differenti dai comportamenti abituali, raggiunge la sua massima espressione quando si realizza un insieme congiunto di fenomeni, che sono la de-individualizzazione e la de-umanizzazione della vittima, l’obbedienza acritica all’autorità, il conformismo, l’etero-direzione e la diffusione di responsabilità.

Quest’ultimo concetto venne approfondito da Darley e Latané in seguito a un fatto di cronaca che sconvolse l’opinione pubblica americana nel 1964: Ketty Genovese, una giovane donna, venne stuprata e uccisa in una strada circondata da palazzi e nessuno dei numerosi spettatori della scena si preoccupò, per i 30 minuti in cui la tragedia si consumò, di andare in suo soccorso, né di chiamare la polizia. I due autori attribuirono tale comportamento irresponsabile a un fenomeno che chiamarono indifferenza del passante. In una situazione sperimentale in cui venivano simulati i segnali di un incendio in una sala d’attesa, essi furono in grado di individuare, all’origine del bystander effect, due fattori determinanti: l’ignoranza pluralistica, ossia la tendenza a credere, di fronte a un evento ambiguo, che gli altri abbiano più informazioni per valutarlo e la diffusione di responsabilità, ovvero l’idea di non dover intervenire perché altri lo faranno.

Lo scenario appare, a questo punto, piuttosto desolante, anche perché, per mantenere la necessaria coerenza interna, l’individuo fa in questi casi ricorso a meccanismi psicologici che creano disimpegno morale al fine di ridurre la vergogna e il senso di colpa, quali appunto la diffusione di responsabilità o anche la colpevolizzazione della vittima.

Vi sono tuttavia anche persone che si sottraggono alle dinamiche evidenziate da questi studi. Lo stesso Zimbardo ha rilevato la presenza di minoranze che si attivano contro alla massa dominante, dimostrando senso critico ed empatia. Queste caratteristiche si esprimono quando vi sia stata un’interiorizzazione dei principi di cura e giustizia, in grado di disinnescare i vari fenomeni di distorsione precedentemente citati. Tale interiorizzazione può avvenire se, grazie a esperienze positive precoci, vi è un sufficiente equilibrio tra le varie parti del Sé, ma può essere anche frutto di un successivo processo di conoscenza di sé e dei propri meccanismi interni. L’aggressività è insita nella natura umana come in quella di tutti gli esseri viventi, ma solo conoscendola e riconoscendola possiamo dirigerne l’energia in senso costruttivo anziché distruttivo.

D.ssa Elena Verni, Centro Clinico SPP Milano età adulta

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