Noi e Loro: riflessione sulle radici della xenofobia

Il flusso contro la solidificazione, l’alterità contro l’identità sono brecce che si aprono costantemente nelle finzioni o nelle illusioni dei vari Noi. Il che – a bene vedere – costituisce di volta in volta, e nonostante i ripetuti insuccessi, un motivo rinnovato di speranza nella possibilità che ci si possa parlare e intendere pur attraverso le barriere fittizie e gli abiti posticci delle identità.

Francesco Remotti

È esperienza ormai quotidiana confrontarsi con la realtà dell’immigrazione e dell’incontro-scontro tra culture e il tema scatena reazioni spesso estreme. Se quella culturale è infatti solo una tra le tante diversità che attraversano le nostre società, essa è probabilmente quella che genera le risposte più accese. Obiettivo di questo contributo sarà proporre, al di là degli schieramenti e delle considerazioni ideologiche e politiche, una riflessione sui fenomeni psichici scatenati dal confronto con la diversità culturale: cosa accadde in noi di fronte all’altro da noi? Quali sono i meccanismi alla base dei nostri atteggiamenti e comportamenti? Qual è il ruolo delle nostre emozioni nel determinarli?

La fatica dell’incontro

Il confronto con lo straniero ci impone un esercizio complesso, ovvero la capacità di creare, per poterne accogliere le specificità, uno spazio mentale il più possibile libero da preconcetti. Per poter dialogare con l’altro da sé è necessario infatti poter tollerare il senso di disorientamento che ci procura la diversità, categoria che comprende tutti gli stranieri, interni ed esterni, che condividono i nostri spazi di vita.

È naturalmente impossibile dissociarci del tutto dalle nostre categorie concettuali nell’esaminare fenomeni culturali estranei a noi, perché ciò ci priverebbe della possibilità stessa di osservarli, rendendoci, come afferma De Martino (1977) “ciechi e muti” di fronte ad essi. La cultura infatti, ovvero l’insieme degli aspetti conoscitivi (saperi, credenze) e comportamentali (abitudini, costumi) che accomunano una collettività umana, rappresenta uno strumento irrinunciabile per l’esistenza, in quanto funziona da filtro (Nathan, 1996) per i dati provenienti dall’esterno e ne favorisce l’organizzazione, garantendo il mantenimento di un senso di identità, coerenza e coesione interna e dunque di un buon equilibrio psichico.

Non possiamo quindi dissociarci, se non in parte, dai parametri distintivi della nostra cultura di appartenenza; tuttavia ogni visione del mondo, essendo informata dalla stessa, reca in sé i rischi connessi all’etnocentrismo, il più tipico dei quali è rappresentato dalla tendenza a considerare i propri sistemi di vita e i propri schemi interpretativi della realtà come dotati di portata universale, quasi fossero il punto d’arrivo di una razionalità infallibile, e non l’esito provvisorio e perfettibile dei tentativi di adattamento compiuti dagli abitanti di un particolare contesto storico-geografico. Perché ognuno di noi abita una particolare nicchia culturale, che è solo una delle tante possibili.

L’avversione per l’Altro

La nostra realtà quotidiana ci segnala continuamente come la fatica dell’incontro si traduca spesso in impossibilità. Diversi sono i meccanismi psichici alla base della difficoltà ad accogliere emotivamente lo straniero. Essi fanno riferimento sia alle dinamiche individuali, sia a quelle gruppali.

Un primo livello di ostacoli all’accoglimento dell’altro da sé affonda le sue radici nel substrato neurobiologico. Gli studi di neuroscienze, supportati dall’utilizzo delle tecniche di neuroimaging, mostrano come la tendenza a esprimere reazioni avverse nei confronti di individui con caratteristiche fisiche diverse dalle proprie - reazioni accompagnate da un’attivazione dell’amigdala e dell’insula, due aree cerebrali deputate la prima al processamento della paura e la seconda a quello del disgusto - poggi su basi innate, essendo presente trasversalmente nelle diverse popolazioni umane e anche nei primati.

Un secondo livello di ostacoli riguarda le distorsioni cognitive che alimentano i pregiudizi. Il pregiudizio è una forma di semplificazione cognitiva che, similmente al filtro culturale, ci consente di muoverci in maniera più rapida e agile all’interno delle relazioni interpersonali. Attraverso il pregiudizio selezioniamo le informazioni che riceviamo sulle altre persone affinché siano in sintonia con ciò che già sappiamo sulle categorie alle quali appartengono. Come suggerisce il termine pre-giudizio, si tratta di un giudizio che viene pronunciato prima che sia stato effettuato un esame completo di tutti gli elementi rilevanti ai fini della valutazione. Quando esso è diretto verso un gruppo, si associa alla convinzione che il proprio sia migliore degli altri e si amplifica quando vi è una mancanza di contatto diretto con essi.

Il pregiudizio nasce dalla tendenza della nostra mente a ragionare per categorie, ovvero classi che raggruppano elementi della stessa specie, economizzando tempo ed energie (immaginiamo quanto laborioso sarebbe se per richiamare alla mente il concetto di tavolo dovessimo visualizzare tutti i tavoli che abbiamo visto nella nostra vita anziché ricorrere ad una sua idea astratta e prototipica). Quando però si generalizzano le caratteristiche proprie di un singolo caso o di pochi casi applicandole a tutti i soggetti che appartengono a quella categoria, si attua una distorsione. Si viene in questi casi a generare uno stereotipo, ovvero una caratteristica rigida e irreversibile attribuita a un gruppo sulla base di una generalizzazione errata.

I pregiudizi sono tenaci, perché affondano le radici nella sfera affettiva e in particolare nella tendenza a proiettare in un gruppo estraneo tutti gli aspetti negativi che non si vogliono riconoscere nel proprio. Si tratta di un meccanismo inconscio di difesa dall’angoscia che genera il confronto con tali aspetti rifiutati perché avvertiti come pericolosi per la propria integrità personale e quella del proprio gruppo di appartenenza.

I fenomeni che avvengono nei singoli individui durante il confronto con la diversità culturale vengono spesso amplificati quando ci si trova in contesti gruppali e ciò rappresenta una terza fonte di ostacoli al dialogo interculturale. La possibilità di riconoscersi come appartenenti a un gruppo è un elemento irrinunciabile per l’essere umano, in quanto l’istinto gregario nasce da esigenze di sopravvivenza e ha svolto una funzione indispensabile nell’evoluzione della nostra specie. Fonda (2001) in un parallelismo fra sviluppo individuale e collettivo che attinge alla teorizzazione di Melanie Klein (1952) sui meccanismi psichici che avvengono nel bambino, attribuisce ai diversi gruppi umani il ricorrente passaggio da una posizione definita schizo-paranoide a una detta depressiva.

Nella prima l’aggressività interna a un gruppo, proiettata sull’altro e poi percepita persecutoriamente come una minaccia, autorizza implicitamente ad aggredirlo senza sottostare al senso di colpa. Nella posizione depressiva, le parti scisse si aprono invece alla possibilità di integrazione: l’altro viene percepito in maniera più realistica e compaiono senso di colpa e bisogno di riparazione. Le due posizioni rappresentano un sistema in continua oscillazione, in cui regressioni dei gruppi alla fase schizo-paranoide sono frequenti soprattutto di fronte a minacce reali.

Dal pregiudizio alla xenofobia

I fenomeni xenofobici e nazionalistici sottendono un’ipertrofia della posizione schizo-paranoide, nella quale le immagini di sé e dell’altro assumono lineamenti deformati e accanto alla proiezione all’esterno degli aspetti negativi si verifica il rafforzamento dell’investimento affettivo interno, con una conseguente idealizzazione del proprio gruppo di appartenenza. Sotto l’effetto di tali meccanismi l’altro viene demonizzato e disumanizzato e risulta conseguentemente impossibile ogni identificazione empatica con esso. Santerini (1994) illustra efficacemente come queste dinamiche possano tradursi, in alcuni casi estremi come gli eccidi di massa, in azioni sistematiche e pianificate.

Nella Germania nazista, ad esempio, il regime totalitario mise in atto una vera e propria “opera pedagogica”, attraverso la quale gli ebrei subirono un processo di disumanizzazione finalizzato alla messa a tacere delle coscienze individuali: rendere le vittime non-uomini, ovvero esseri totalmente estranei a sé, operando un annullamento della loro individualità attraverso strategie come la spoliazione del nome, surrogato da un numero, la sostituzione degli abiti e degli oggetti distintivi di ciascuno con uniformi, l’imbruttimento dovuto alla rasatura del capo, alla denutrizione e alla sporcizia, l’induzione delle comunità dei prigionieri a una spietata lotta interna per la sopravvivenza, ha consentito infatti di dissociare la propria coscienza dalla loro sorte, sopprimendo la possibilità di sviluppare solidarietà nei loro confronti. Il tutto venne esasperato dalla barriera linguistica e dalla rigida suddivisione delle mansioni svolte dai soldati all’interno del lager, che portò a perdere drammaticamente di vista il senso complessivo del proprio agire.

È in fondo esperienza quotidiana anche nostra constatare come la solidarietà emerga con più facilità di fronte al bello e al singolo, come ci dimostra l’assuefazione indotta dal bombardamento mediatico delle sofferenze di massa, che ci rende sempre più immuni dal senso di compassione, il quale riesce in genere a riemergere solo nel confronto con le storie individuali. Gli immigrati stranieri vengono spesso percepiti come linguisticamente inaccessibili, esteticamente alieni e privi di una dimensione temporale, perché sentiti come non aventi storia né futuro, in quanto intenti solo a preoccuparsi, nell’immediato, di soddisfare i propri bisogni primari. Ciò favorisce la tendenza al distanziamento emotivo nei loro confronti, alimentando il rischio di visioni xenofobiche.

Rispetto al ruolo dell’appartenenza gruppale, anche gli esperimenti di psicologia sociale ci mostrano come all’interno dei gruppi le tendenze individuali si amplifichino per effetto di vari fenomeni, con il risultato che le identità dei singoli si affievoliscono per lasciare spazio all’identità del gruppo. Tra i fenomeni più studiati ricordiamo il contagio sociale, che conduce ai comportamenti imitativi, con una rinuncia ai propri criteri soggettivi di valutazione; la diffusione di responsabilità, che porta l’individuo a sentirsi esonerato dalla propria responsabilità diretta quando si trova all’interno di un gruppo; la tendenza al conformismo, che può indurre ad atti estremi, come dimostrano gli inquietanti esperimenti di Milgram (1956), che illustrano come la pressione dei gruppi e l’obbedienza all’autorità possano indurre i singoli ad atti violenti nei confronti di vittime inermi e infine la propensione a manifestare opinioni più estremiste e a fare scelte più arrischiate quando ci si trova all’interno di un gruppo rispetto a quando si è da soli.

Risulta evidente, per concludere, come, proprio perché la paura e l’avversione per l’altro, come visto, poggiano le basi su elementi innati e reazioni automatiche e si amplificano in condizioni esterne avvertite come minacciose, il loro controllo ci richieda un monitoraggio e un impegno costanti per impedire che, sotto alla pressione della portata numerica del fenomeno migratorio e delle caratteristiche etniche e sociali di chi ne è protagonista, si scatenino in noi reazioni di distanziamento emotivo tali da configurare fenomeni xenofobici, i quali, come la storia ci insegna, sono in grado di minare profondamente le basi e i valori della convivenza civile.

Ciò è perseguibile solo attraverso la conoscenza di sé e dei propri meccanismi di funzionamento, affinché venga attivata e preservata la possibilità di “raggiungere quel fondo universalmente umano in cui il “proprio” e l’“alieno” sono sorpresi come due possibilità storiche di essere uomo, quel fondo, dunque, a partire dal quale anche “noi” avremmo potuto imboccare la strada che conduce alla umanità aliena” (De Martino, 1977, p. 391).

Riferimenti bibliografici

De Martino E. (1977), La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali (a cura di Clara Gallini), Torino, Einaudi.
Fonda P. (2001), Psicogrammi di confine, Atti del Convegno “Vicissitudini dell’identità nell’incontro fra culture”, Gorizia, 10 Novembre 2001.
Klein M. (1952), Some Theoretical Conclusions Regarding the Emotional Life of the Infant in Riviere J. (a cura di), Developments in Psychoanalysis, London, Hogarth Press.
Milgram S. (1956), Group pressure and action against a person, in “Journal of Abnormal and Social Psychology”, 25, pp 115-129.
Nathan T. (1996), Principi di etnopsicoanalisi, Torino, Bollati Boringhieri.
Remotti F. (1996), Contro l’identità, Roma-Bari, Laterza.
Santerini M. (1994), Cittadini del mondo. Educazione alle relazioni interculturali, Brescia, Editrice La Scuola.

D.ssa Elena Verni, servizio psicoterapia SPP ad

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