Psicologo per adolescenti, quando andarci? - SPP Milano

L’adolescenza è un periodo dello sviluppo umano segnato da profondi cambiamenti che investono la sfera psicologica, biologica e sociale. Tutti questi aspetti sono strettamente in relazione tra di loro e si influenzano reciprocamente contribuendo a formare l’individuo e preparandolo alla vita adulta.

LA CRISI ADOLESCENZIALE

I cambiamenti che investono lo sviluppo adolescenziale rendono questo momento della vita un periodo estremamente fecondo per lo sviluppo del carattere, delle capacità e dei talenti personali. Al tempo stesso i mutamenti tipici di questa fase della vita provocano stati di crisi a causa dell’intensa ambivalenza che caratterizza la mente adolescente. Spinte all’autonomia convivono con il bisogno di regredire a fasi dello sviluppo precedenti, il rifiuto del mondo adulto con la necessità di figure che svolgano il ruolo di guida, forti investimenti nei confronti di interessi e passioni con apatia e demotivazione.

L’adolescenza è tuttavia anche quella fase in cui si manifestano, spesso in modo anche eclatante, difficoltà e sofferenze che non avevano trovato espressione durante l’infanzia o che, pur essendo presenti, non creavano sufficiente attenzione o difficoltà nell’ambiente circostante. Le manifestazioni di un disagio possono assumere molte forme, ma è importante tenere in considerazione la tendenza degli adolescenti ad agire piuttosto che a esprimere con le parole quello che provano.

Per questo motivo i ragazzi spesso faticano a spiegare il motivo di azioni che possono essere state compiute in modo impulsivo, senza che vi sia stata una riflessione o una previsione delle conseguenze. Tali gesti inoltre possono anche avere una valenza comunicativa e rappresentare il modo in cui l’adolescente parla agli adulti, che hanno il compito di comprendere il senso del messaggio e rispondervi come a una richiesta di aiuto.

ADOLESCENZA E SOFFERENZA PSICHICA

Una domanda che spesso i genitori rivolgono allo psicoterapeuta, e in fondo anche a se stessi, è: “Ma è normale comportarsi in questo modo?”. Il disorientamento che alcuni comportamenti adolescenziali provocano negli adulti è comprensibile ed esacerbato da cambiamenti sociali sempre più veloci, da una pressione mediatica che prediligendo la spettacolarizzazione pone in secondo piano l’informazione e dal fatto che a volte molte manifestazioni dell’adolescenza normale si differenzino da quella patologica soltanto per l’intensità con cui si esprimono.

Se infatti l’impulsività, l’apatia, la tendenza alla conflittualità fanno parte di moltissimi percorsi di crescita, alcuni di essi hanno un esito positivo, mentre altri si cronicizzano in una crisi incessante o in un blocco evolutivo. Un discrimine perciò riguarda quanto l’adolescente riesca a portare avanti i propri compiti di sviluppo: frequentare la scuola, intessere rapporti al di fuori della famiglia, coltivare interessi, stringere relazioni con l’altro sesso, conservare un rapporto con i propri genitori pur salvaguardando le proprie aree private.

In adolescenza possono emergere sintomi di carattere ansioso-depressivo e somatoforme, manifestazioni sul versante comportamentale e disturbi psicotici a esordio precoce.

Per quanto riguarda i primi, segnali di disagio sono rappresentati dalle somatizzazioni, pensieri ossessivi, ansia generalizzata, attacchi di panico. Le manifestazioni comportamentali includono forte impulsività, comportamento dirompente, autolesionismo, tentativi di suicidio, disinvestimento e disinteresse negli studi, isolamento sociale che può arrivare fino al ritiro sociale (adolescenti reclusi in camera), abuso di sostanze, disturbi alimentari (oggi sempre più diffusi anche nella popolazione maschile).

Gli aspetti più visibili della depressione in adolescenza spesso sono l’anedonia (mancanza di piacere nello svolgere attività normalmente piacevoli), apatia, assenza di investimento nel futuro, ritiro dalle relazioni. L’emergere di tali problematiche richiede un intervento da parte degli adulti di riferimento del minore.

QUANDO, MA SOPRATTUTTO, COME ANDARE DALLO PSICOLOGO?

Una prima difficoltà che si pone solitamente ai genitori che decidono di rivolgersi allo specialista è la ritrosia, se non l’esplicito rifiuto, dell’adolescente ad accedere a una consultazione psicologica. Effettivamente bisogna pensare che uno dei principali compiti evolutivi dell’adolescente è costruirsi una propria identità e ciò comporta spesso una generalizzata opposizione verso il mondo adulto.

Tuttavia non sempre ciò accade e in alcuni casi è l’adolescente stesso a richiedere aiuto. È molto importante, anche nelle situazioni in cui la conflittualità è molto elevata, conservare il dialogo con i propri figli attraverso un atteggiamento di disponibilità e comprensione che non è in contraddizione con le necessarie funzioni normative del genitore.

Il dialogo genitori-figli è un fattore altamente protettivo anche, e soprattutto, per gli adolescenti particolarmente sofferenti. Nella presa in carico psicologica dell’adolescente solitamente i genitori sono coinvolti e la loro partecipazione risulta un elemento cardine del percorso psicoterapeutico. Nel caso in cui l’adolescente non voglia presentarsi, possono essere i genitori a effettuare alcuni colloqui con il clinico, a volte ciò è sufficiente per motivare il ragazzo, in altri casi il lavoro verrà svolto con i genitori affinché possano aiutare più efficacemente il figlio.

In ogni caso la consultazione psicologica richiede il punto di vista dei genitori per ricostruire la storia di sviluppo dell’adolescente e la storia del nucleo familiare, per dare voce ai diversi punti di vista (adolescente e genitori), per monitorare il decorso clinico nell’ambiente di vita, per favorire cambiamenti non solo nell’adolescente, ma anche nel modo in cui le figure significative si relazionano con lui.

Dr. Giancarlo Di Fiore, centro clinico SPP Milano

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