Narciso allo Specchio: come affrontare il narcisismo - Psicologia

Un commento teorico professionale alla serata di “Cinema e Psicoanalisi” che il Centro Clinico ha dedicato al tema del narcisismo.

Vorrei proporre alcune riflessioni in seguito agli argomenti che sono stati trattati durante la serata di “Cinema e Psicoanalisi” che il Centro Clinico ha dedicato al “narcisismo”. Inoltre, desiderei dialogare, per così dire, con i colleghi che si sono cimentati, in alcuni articoli pubblicati su questo stesso sito, nel non facile confronto fra psicoanalisi e terapie non analitiche.


Innanzitutto, non saprei trovare una definizione chiara e precisa di cosa s’intenda con il concetto di narcisismo. Si tratta di un tema complesso che richiede riflessioni, approfondimenti e confronti con altri colleghi. Sebbene sia stato uno dei più interessanti contributi che la ricerca psicoanalitica abbia svelato sul funzionamento mentale, è pur vero che si tratta di un tema molto problematico se non persino enigmatico, attorno al quale si sono annodati nella storia della psicoanalisi differenti implicazioni teoriche spesso tra loro controverse.

Che un sano narcisismo sia indispensabile allo sviluppo dell’individuo è un fatto innegabile, così come esistono forme di patologia narcisistica impossibili da trattare analiticamente. Il narcisismo è ovunque, non c’è analista che non si sia trovato a prendere una posizione riguardo a cosa s’intenda per funzionamento narcisistico, così come non c’è psicoterapia che prima o poi non s’incagli su di esso e, a volte, è proprio la difficoltà a individuare le dinamiche narcisistiche della relazione di cura a costituire il problema terapeutico più difficile da affrontare e da trattare.

Possiamo paragonarlo metaforicamente a una foresta, in cui, non appena ci si addentra, la cosa più facile è quella di perdere l’orientamento. Ogni autore e clinico che si è occupato di narcisismo ne ha dato una propria definizione: il narcisismo di cui parla Kernberg è differente da quello di Kohut, così come Green ha sviluppato una propria concezione del funzionamento narcisistico altra rispetto a Grunberger o a Bergeret, solo per citare alcuni dei più noti. Ognuno ne ha tracciato una mappa in base al proprio percorso clinico e teorico. Quello che desidererei fare è di abbozzare – narcisisticamente per così dire – una visione d’insieme del problema. Impresa ovviamente impossibile, che tuttavia mi permette di fissare e condividere alcuni punti di riflessione che ritengo particolarmente significativi.


Quando si dice che la tale persona è un “narciso” solitamente si descrive un individuo centrato su se stesso, che tiene poco in conto gli altri con cui entra in relazione. È come se le altre persone esistessero solo in funzione degli interessi egoistici di questa persona. Non c’è alcuna curiosità riguardo all’altro, chi sia, la sua storia, che si tratti di Tizio o di Caio poco importa. Eppure queste persone, che presentano un più o meno evidente deficit relazionale, esercitano spesso un fascino irresistibile poiché offrono un modello d’identificazione molto potente: basta osservare il magnetismo che beniamini e leader producono su i loro fan. Ma chi ha bisogno di chi? Il naricisista che usa gli altri come specchio di sé o coloro che, affascinati e sedotti, si appoggiano alla sua immagine idealizzata? E di quale bisogno si tratta? Che cosa si riflette in questa relazione speculare?

Il Narciso: da Freud alla psicologia moderna

Già all’inizio della sua opera Freud escluse dalle indicazioni al trattamento psicoanalitico le “psiconevrosi narcisistiche”, ovvero quelle nevrosi in cui non si instaura quel movimento relazionale del paziente verso il terapeuta che Freud chiamò “transfert”. Così facendo istituì una dicotomia psicopatologica tra “nevrosi di transfert” e “nevrosi narcisistiche”, in cui confluivano patologie più severe come la schizofrenia e la malinconia. Dopo Freud, coloro che si occuparono di psicosi hanno detto che invece il transfert c’è, anzi che si tratta di relazioni molto più intense, spesso coinvolgenti e travolgenti, e questo sicuramente è vero; tuttavia, a ben vedere, non c’è un vero e proprio spostamento dal mondo interno del paziente a quello dell’analista, non c’è mobilità. Anche se è stata criticata questa concezione della psicosi, mi pare impossibile ignorare la chiusura narcisistica e le gravi regressioni degli stati psicotici, caratterizzati da un funzionamento di ritiro massivo dalla realtà. E queste sono situazioni drammaticamente attuali. Si pensi, per esempio, alla chiusura relazionale di quelle persone che soffrono di dipendenza da Internet o, più in generale, sono bloccati dalla dipendenza da un solo oggetto (in psicoanalisi si utilizza il termine “oggetto” per indicare l’altro con cui l’Io si relaziona, sia esso un’altra persona o un qualunque altro oggetto). Non c’è possibilità di movimento, per cui la cosa più difficile sarà quella di instaurare una relazione di cura.


Spesso si afferma che i cambiamenti storici e sociali del nostro tempo abbiano mutato anche la psicopatologia attraverso nuove forme di sofferenza mentale non più apprezzabili all’interno della classica nosologia. Ciò che sembrerebbe essere mutata non è tanto la sintomatologia del disturbo, quanto piuttosto la vulnerabilità e la fragilità premorbosa. Nell’epoca di Narciso, quelle che un tempo erano delle sofferenze appartenenti all’area nevrotica, ovvero di conflitto in personalità che oggi chiamiamo di alto livello, sembrano essere sempre più rare e spesso servono a mascherare dei deficit di struttura ben più profondi e radicati. È questo che mette in luce la clinica psicoanalitica contemporanea, per quanto possa sembrare velleitario pretendere di delineare e specificare le fondamenta di determinati sviluppi psicopatologici senza le evidenze di marker biologici convalidati e precisi cluster psicopatologici.


Possiamo pensare a Freud come colui il quale ha saputo indagare l’animo umano riscrivendo due grandi miti: Edipo e Narciso. Essi descrivono non soltanto due fasi dello sviluppo della teoria libidica freudiana, ma in particolar modo due distinte modalità di funzionamento della psiche. Se Edipo significa, semplificando in estrema sintesi, apertura all’altro, far entrare nella diade madre-bambino il padre, allora possiamo descrivere Narciso come chiusura all’altro, un vero e proprio far fuori l’altro. Che tipo di chiusura è il ritiro narcisistico?


La parola “narciso” deriva dal greco “narké” che significa “sopore” e, infatti, come racconta il mito, Narciso è colui che si addormenta fino a morire rispecchiandosi nella propria immagine riflessa. C’è un misconoscimento dell’altro poiché l’altro è tagliato fuori, percui Narciso non può far altro che riflettere la propria immagine in un rispecchiamento alienante, mentre la psicoanalisi è una cura che si basa sulle possibilità di movimento e investimento tra sé e l’altro. Dopo Copernico e Darwin, scrive Freud, la psicoanalisi è la terza grande ferita narcisistica: l’uomo scopre che persino l’Io non è padrone a casa propria. C’è dell’altro: l’inconscio è un sistema di pensiero altro, è ciò che disturba. L’analisi, a differenza delle psicoterapie, non mira soltanto al riconoscimento del paziente quanto all’emergenza del suo funzionamento inconscio, a ciò che lo mette in discussione.

E non si tratta semplicemente dell’altro diverso dai noi stessi, ma dell’Altro con la “A” maiuscola, ossia dell’alterità che abita dentro di noi. Il lavoro analitico è quello di imparare a entrare e a stare in relazione con l’Altro accettando la frustrazione che ciò comporta al proprio Io, che crede di essere il padrone di casa. Da questo vertice di osservazione, l’intervento dell’analista non riguarderebbe tanto cosa o come dirlo, ma dovrebbe essere guidato da quando intervenire, cioè quando il paziente si sorprende, quando entra in campo l’Altro nella relazione di cura. La ricerca psicoanalitica si caratterizza per il fatto di essere una ricerca clinica, nasce cioè nella pratica psicoterapeutica della relazione analitica, è di questo che si occupa ed è questo che mette in luce in un complesso andirivieni di passaggi tra mondo interno ed esterno del paziente e dell’analista.

Possiamo sintetizzare il processo psicoanalitico della cura come un continuo crossover di riconoscimento e misconoscimento dell’Altro nella relazione di transfert e controtransfert, e definire quest’ultimo, quale reazione inconscia dell’analista al transfert del paziente, come la parte narcisistica del funzionamento mentale dell’analista. Inconsciamente si “reagisce” al paziente perché egli è, in ultima istanza, un altro che ci espropria. E facendo esperienza di come si reagisce al paziente, cerchiamo di vedere come l’altro, il paziente, funzioni. La differenza fondamentale tra i due è che l’analista ha già percorso la propria analisi e si è formanto analiticamente, dovrebbe dunque essere in grado di monitorare il proprio controtransfert per non “agire” con il paziente, un agire che potremmo definire come il transfert dell’analista sul paziente, riguardo al quale dovrebbe aver lavorato a fondo l’analisi personale del terapeuta. Insomma, i conti, a ben vedere, non tornano mai, non solo per il paziente ma anche per l’analista, se egli è tale proprio in quanto capace di fare esperienza, sorprendendosi a sua volta, del proprio inconscio al lavoro con quello del paziente. Nella stanza d’analisi paziente e analista suonano, per così dire, gli stessi strumenti.


Nelle patologie narcisistiche questi passaggi sono ostruiti, a volte non praticabili, fino al vero e proprio ritiro narcisistico dello psicotico in cui non ci sono mai stati, in quanto non si è differenziato uno spazio interno rispetto a quello esterno. Un sano narcisismo, fondamentale per la propria identità e coesione personale che ci permette di esperire la nostra unicità e particolarità nella relazione con gli altri da noi, potrebbe essere descritto come quell’equilibrio sufficientemente stabile ed elastico da consentirci di passare da investimenti d’oggetto a quelli egoici e viceversa. In determinati momenti della vita di ognuno di noi questo equilibrio può essere messo duramente alla prova, si tratta di quei momenti in cui ci si ritrae dagli investimenti oggettuali. Si pensi alla malattia, alla vecchiaia o all’adolescenza, la cui fantasia inconscia fondamentale è quella di essere onnipotente, capace di autogenerazione. E non è un caso, allora, che nulla faccia arrabbiare un adolescente quanto lo scoprire dentro di sé atteggiamenti, modi di fare ed essere che riconosce come dei propri genitori. Proprio quando si guarda in profondità, alla ricerca di chi sia, ritrova paradossalmente l’altro, rispecchiandosi in quei genitori da cui vorebbe prendere le distanze. Per Freud, l’oggetto (l’altro da sé, la realtà, il diverso, l’inconscio) è il nemico fondamentale dell’Io, “l’oggetto nasce dall’odio” dice Freud, ma paradossalmente l’Io è costituito da identificazioni oggettuali, è un precipitato delle relazioni con l’altro. Tutto lo sviluppo dell’Io si caratterizza come un difficile e faticoso riconoscimento dell’altro da sé, che può consentire o ostacolare la doppia dialettica di interno-esterno e sé-altro, dove la differenziazione fra sé e altro va a costituire intrapsichicamente il rapporto tra conscio e inconscio.


Per concludere, dovrei fare qualche accenno a quello che penso sia il cuore del problema, bisognerebbe andare alle radici del narcisismo, cosa davvero difficile. Un po’ come l’adolescente dobbiamo volgerci indietro per poter fare qualche passo avanti, andare alle origini per poter avanzare. È proprio della natura umana cercare, conoscere, il porsi delle domande. L’uomo ha bisogno di radici e oggetti, non può funzionare da solo, la ricerca delle proprie origini fornisce significato e continuità. Dove si àncora la nostra identità che ci caratterizza come individui (dal latino composto da in e dividuus, cioè indiviso, non divisibile), unici? Proviamo a fare qualche tentativo. Per Freud il concetto di narcisismo rimanda al problema delle origini: narcisismo primario e rimozione primaria sembrano essere intrecciati. Freud parla di “narcisismo primario” e di “rimozione originaria”, come di ipotesi che possiamo conoscere indirettamente, solo per le loro conseguenze. Il modello a cui si rivolge per spiegare il narcisismo primario è quello della vita intrauterina, dove non esiste alcun bisogno, infatti non esiste alcuna esperienza di appagamento poiché appena i bisogni appaiono sono già stati soddisfatti, non si ha bisogno di nulla, semplicemente si è in una specie di fusione-confusione tra sé e l’altro (i quali, ovviamente, non esistono ancora, li nominiamo solo per esigenze di descrizione). Si è completi, onnipotenti, un po’ come l’ens causa sui dei teologi medioevali, di cui non si può dire nulla di maggiore. Come rinunciarvi?


Il tragitto che l’Io si trova ad affrontare si delinea come un gravoso allontanarsi e un inconsolabile fallimento di questo stato originario, è per questo motivo che l’oggetto, come dice Freud, nasce dall’odio. In quanto altro, smentisce l’onnipotenza narcisistica, è un altro che apre al bisogno, alla mancanza, al desiderio. E il primo oggetto di investimento è il corpo, le sensazioni corporee non integrate trovano un primo ancoraggio unitario nella organizzazione della propria attività in un “Io corporeo”, base di ogni investimento narcisistico e oggettuale. La madre, l’altro, rispecchiando l’amore di cui il bambino ha bisogno, gli permette di riflettersi in lei trovando unitarietà a ciò che sperimenta in modo frammentario. In questo rispecchiamento veicolato dalle cure materne, si gioca la costituzione sana o patologica dello sviluppo narcisistico della personalità. Quanto coincidono i desideri della madre con quelli del bambino? Se c’è un’apertura al terzo, all’altro, al padre edipico, allora non possono combaciare totalmente, in questo modo diviene insostenibile l’onnipotenza infantile che confonde la coppia madre bambino.

L’Io si forma in origine grazie a questo fallimento del narcisismo primario e alla rimozione che separa l’Io reale da quello ideale: “ciò che proietta davanti a sé – scrive Freud – è il sostituto del narcisismo primario”. S’ipotizza così, attraverso questa rimozione originaria, una prima organizzazione dello spazio psichico del bambino. In sintesi, partendo dall’ipotesi del narcisismo primario, possiamo delineare due percorsi evolutivi. Nel caso dell’ideale dell’Io, tale istanza narcisistica viene proiettata come obiettivo da raggiungere, esiste e si rafforza la capacità di tollerare lo scarto che separa l’Io dal suo Ideale, e si introiettano così le relazione con l’oggetto che andranno a costituire lo spazio psichico in grado di muovere investimenti tra sé e gli oggetti. Se ciò non è possibile, allora l’Io, già perfetto, non deve conseguire alcun obiettivo, ma essere riconosciuto come già completo, negando ogni rabbia, distacco e inevitabile imperfezione delle cure genitoriali. Così si preserva l’illusione di onnipotenza e perfezione, fondata sulle negazioni della realtà e da queste tenuta in vita, come Narciso che si contempla indisturbato dalla realtà.

 

a cura del Dott. Luca Paganoni - Centro Clinico SPP Milano dell'Adulto

Desideri contattare il dr. Paganoni? Vai alla nostra sezione "Contatti".

Dello stesso autore puoi leggere inoltre: "Depressione: tristezza o malattia?"